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23
Giu
08

Messina…e le sue baracche

Riporto un articolo del Corriere della Sera sulla baraccopoli di Messina.
Baraccopoli dove non vivono i ROM di turno o extracomunitari appena scesi da qualche barcone.
Vivono più di 3000 famiglie italiane. Ereditari di case fatiscenti con soffitti cancerogeni, di topi e di sporcizia dal 1908. Da quando cioè le loro case vennero distrutte da un terremoto e le amministrazioni locali crearono queste favels di “appoggio” prima della ricostruzione.
Un “appoggio” che dura da 100 anni!
 
Cosa c’è di nuovo da dire sulle baracche a Messina? Nulla. Forse questa novità, cioè che l’amianto cancerogeno delle tegole di eternit si sta sgretolando del tutto (ammalorato dicono i tecnici) e che quindi, attraverso l’ultima sofferenza della malattia, si risolverà il problema di questa gente prima che la politica faccia il proprio dovere. La domanda che si fanno questi messinesi è: «Chi arriva per primo? L’amianto o la politica?»
QUANTE SONO – Solo per chi non lo sapesse, ma soprattutto per chi volutamente ignora a Messina ci sono 3.336 baracche (censite da Legambiente). E ci vivono più di 3.100 famiglie (da queste parti i nuclei familiari sono superiori alla media nazionale). Costruite cent’anni fa, dopo il sisma del 1908 che rase al suolo la città dello Stretto, queste favelas si trovano nei quartieri di Giostra, Camaro e Fondo Fucile. Ma non rappresentano l’emergenza di un’ondata migratoria di rom o extracomunitari ma sono solo spettrali residenze italiane. Le baracche del nostro video, che risalgono, diversamente dalle altre, alla seconda guerra mondiale (hanno solo 60 anni) si riferiscono alla favelas del III° quartiere: Fondo Fucile. Vi vivono 146 famiglie per un totale di circa 600 persone tra cui tanti, tanti, bambini.
DENTRO – Ecco anche dentro, non ci sono novità: le pareti sono in cartongesso, ovviamente ci sono ancora le crepe e sui soffitti continua a fiorire la muffa. Ovviamente gli impianti elettrici non sono a norma. E poi ci sono le lastre d’amianto che sbucano e rilasciano le loro fibbre mortali, in quelle che è un azzardo definire, cucine, saloni e camere da letto. Tutto questo viene descritto da una relazione-denuncia della Ausl e il prefetto ha lanciato l’allarme. Fuori le fogne sono ancora a cielo aperto. E i topi sono di gran lunga in numero maggiore degli abitanti. Ormai convivono insieme quasi pacificamente, eccetto qualche rottura di tregua con relativo lancio di scopa. Solo che ai topi non occorre la dignità umana. Ma si può vivere così?
LA GARA TRA ULTIMI – C’è una strana gara a Fondo Fucile. La gente si domanda come mai a loro, italiani (anche senza il ponte), viene negato quello che viene riconosciuto «persino» ai rom: ad esempio un campo nomadi con servizi igienici perfettamente funzionanti. Ecco, non si capacitano di essere gli ultimi tra gli ultimi. Si sentono «clandestini in Italia». Vi evitiamo le cifre del risanamento spese e quelle non spese; vi evitiamo l’elenco dei politici che hanno fatto promesse e le promesse che hanno fatto; vi evitiamo anche l’elenco dei politici che a Fondo Fucile non ci sono mai stati. Vi evitiamo i volti dei malati di amianto, vecchi e ragazzini. Evitiamo tutto questo perché adesso la città di Messina ha una nuova amministrazione. La città ha votato. E dopo giorni e giorni di scrutinio, finalmente, ci sarà un nuovo sindaco al lavoro. E sicuramente, dopo aver cercato di salvare la squadra di calcio, cercherà di salverà anche gli abitanti di Fondo Fucile. Ma questa è solo la prima puntata…

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03
Giu
08

Schifani Renato “Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici” (12 settembre 2003)

Vi riporto un divertente articolo del tanto osteggiato giornalista Marco Travaglio.
Non ci tappiamo gli occhi leggendo di questi reali racconti (seppur giornalisticamente romanzati), ne tantomeno pieghiamoci al qualunquistico “tanto è stato, è e sarà sempre così”. Leggiamo con la mente di chi critica per progredire, per denunciare, per comprendere chi ci governa. Perchè se si vivesse in un paesotto non credo ci farebbe piacere baciare un presunto mafioso, tantomeno salutarlo, tantomeno averlo come vicino di casa. Bene: noi li abbiamo eletti! Li abbiamo posti cioè in un sito di rappresentanza. A rappresentarci.
Io preferisco esser rappresentato da personaggi di ben altro calibro, che sia un Rubbia o un Berlinguer, un Pertini o un Jfk. Purtroppo però non sapevate, purtroppo però non sapevamo. L’ignoranza sappiate non è permessa! Quindi alla Tafaziana maniera iniziamo a flagellarci i testicoli e, per chi non ne ha, che inizi a farseli crescere, perchè ne abbiamo credo già tutti le palle piene!
 
C’era una volta Vasa Vasa, al secolo
Salvatore Cuffaro, medico a tempo
perso. Ma molto perso: si racconta che
un giorno era in prima fila all’inaugurazione
dell’anno giudiziario, in veste di
fornitore, e a causa del caldo e della tensione
gli svenne sotto il naso un carabiniere
in alta uniforme. Tutti invocarono
un dottore, lui si ricordò di esserlo, si
avvicino al corpo esanime e zac! Gli sollevò
il capo per farlo rinvenire. Nessun
risultato. Una donna delle pulizie fece
notare che forse era il caso di sollevargli
le gambe, dopodiché il milite puntualmente
rinvenne. Bene, anzi male. C’era
una volta Vasa Vasa che baciava a strascico,
’ndo cojo cojo. Così, diceva, baciando
baciando poteva pure capitargli qualche
mafioso. Ma, su migliaia di baciati,
non faceva neppure statistica.
Un viatico per il Parlamento
Fu beccato, grazie alle solite intercettazioni
telefoniche (perlopiù indirette: lui,
quando si ricorda, usa gli intermediari),
ad avvertire il boss di Brancaccio Giuseppe
Guttadauro e poi il costruttore
presunto mafioso Michele Aiello, re
della sanità convenzionata con la regione
Sicilia, che avevano i telefoni sotto
controllo. Insomma, che stessero attenti
a come parlavano. E fu condannato in
primo grado a 5 anni per favoreggiamento
di alcuni mafiosi. Lui festeggiò
offrendo cannoli agli amici, per giunta a
favore di flash e telecamere. Conoscendosi,
temeva che gli dessero l’ergastolo,
o poco meno. Dunque 5 anni gli parvero
pochi e se ne restò al suo posto. Ma
l’allora premier Romano Prodi gli fece
sapere che, per legge, i condannati anche
“solo” a 5 anni non possono fare i consiglieri
comunali, circoscrizionali, provinciali,
regionali. Men che meno i presidenti
di Regione. Ergo era pronto il
decreto per destituirlo. Totò lo anticipò e
si dimise, da tutti elogiato per il gran
senso di responsabilità. E il suo segretario
Pierferdinando Casini si affrettò a
candidarlo come capolista al Senato dell’Udc-
Rosa Bianca: con i suoi 5 anni per
favoreggiamento ai mafiosi, lo riteneva
pronto per il grande salto verso il Parlamento
nazionale, dove non vige alcuna
incompatibilità per i condannati, anzi.
Insediatosi al Senato, il rubicondo Totò
s’imbattè in un altro Vasa Vasa, però di
colore rosso, o rosé: il dalemiano Vladimiro
Crisafulli, detto Mirello. Lui militava
nel Pci, poi nel Pds, poi nei Ds, ora
nel Pd. Nel 2001, quand’era vicepresidente
dell’Assemblea regionale, fu
immortalato casualmente da una telecamera
nascosta dai carabinieri in un hotel
di Pergusa mentre baciava, abbracciava e
discuteva di appalti, assunzioni e fondi
pubblici con un amico d’infanzia molto
particolare: Raffaele Bevilacqua, boss
della sua città, Enna, già condannato per
mafia, in quel periodo agli arresti domiciliari
(dai quali era uscito un momento
per incontrare Mirello). Niente di penalmente
rilevante: non è reato baciare e
conversare amabilmente con i boss; perché
scatti il reato di concorso esterno
bisogna provare lo scambio di favori tra
l’“esterno” e l’”interno” a Cosa Nostra.
Ma il filmato resta, ed è politicamente e
moralmente rilevante. Figurarsi dove un
Berlinguer o un Pio La Torre avrebbero
sbattuto un Crisafulli. Ma, per sua fortuna,
sono entrambi morti. Infatti nel
2006 Fassino l’ha candidato alla Camera
in un posto sicuro. E nel 2008 Veltroni
l’ha ricandidato, stavolta al Senato.
Congratulazioni, abbracci, effusioni
Di più. Il Vasa Vasa rosé ha messo becco
nella compilazione delle liste siciliane
del Pd, riuscendo inizialmente a depennare
il suo nemico di sempre, Beppe
Lumia: uno che ha la fissa della lotta alla
mafia tant’è che, da vicepresidente dell’Antimafia,
s’è guadagnato una condanna
a morte da parte di Cosa Nostra ed è
costretto a vivere sotto scorta dal 2003.
Insomma, un tipaccio. Poi purtroppo,
dopo le proteste di tanti elettori e l’offerta
di una candidatura da Di Pietro,
Lumia è stato ripescato in extremis come
capolista del Pd. La stessa lista che ospitava
anche Crisafulli: un capolavoro di
“ma-anchismo” veltroniano. Al numero
1 il nemico della mafia, al numero 5 l’amico
del mafioso. Così Mirello è entrato
trionfalmente a Palazzo Madama, a
braccetto col suo amico e gemello Totò.
Lì i due Vasa Vasa hanno ben presto
incontrato un loro conterraneo, Renato
Schifani, uno dei forzisti più sbertucciati
dalla stampa e dall’opinione pubblica
per il servilismo berlusconiano dimostrato
in 12 anni di carriera parlamentare
(arrivò a tagliarsi il riporto che gli
copriva la pelata perché Silvio, il suo spirito
guida e tricologo personale, ci teneva
tanto), almeno finché non è divenuto
presidente del Senato. Da quel momento,
l’hanno scambiato per uno statista,
come se un pigmeo issato su una sedia
diventasse un watusso e non restasse un
pigmeo su una sedia. Hanno dimenticato
che negli anni ’70-80 era socio, nella
Sicula Broker, di due tizi poi condannati
per mafia, Nino Mandalà (attualmente
in carcere con una condanna in primo
grado a 8 anni per associazione mafiosa,
ritenuto il boss di Villabate) e Benny
D’Agostino (anche lui condannato, ma
per concorso esterno, essendo il re degli
appalti mafiosi, amico di boss come
Michele Greco e legato anche a Totò
Riina). E che negli anni ’90 partecipò,
secondo alcuni testimoni, alle nozze
dello stesso Mandalà (chissà i baci,
durante e dopo la cerimonia), poi fece il
consulente del comune di Villabate,
retto da un sindaco fedelissimo di Mandalà,
con un presidente del consiglio
comunale (Francesco Campanella) poi
arrestato per mafia e pentito. A Villabate,
Schifani si occupava del piano regolatore
che stava molto a cuore al clan, ma
non riuscì a portare a termine la missione
perché il comune fu sciolto non una,
ma due volte per mafia. Tutto archiviato,
tutto rimosso, tutto evaporato, al punto
che Renato, al momento dell’elezione,
ha ricevuto applausi scroscianti dal Pd
(Mirello capo-clacque) e addirittura un
bacio da Anna Finocchiaro, siciliana
anche lei, promossa capogruppo del Pd
al Senato per premiarla dei fiaschi elettorali
raccolti nell’isola (dove ha trascinato
il centrosinistra al minimo storico
del 30 per cento, 11 punti in meno di
quanto ottenuto due anni fa da Rita Borsellino).
E così, col bacio di Annuzza a
Renatino, i Vasa Vasa salgono a tre (quattro
con quello passivo, Schifani).
Ma non sono ancora finiti, perché qualche
giorno dopo s’è affacciato a Palazzo
Madama per ottenerne la fiducia un
quinto Vasa Vasa. Un Vasa Vasa in erba,
al Plasmon: Angelino Alfano, agrigentino
come Cuffaro, divenuto a 38 anni
ministro della Giustizia. Già segretario
particolare di Berlusconi, di cui si proclama
perdutamente “innamorato”, l’onorevole
Angiolino è un fedelissimo
prima di Mannino e poi di Dell’Utri e
Schifani, molto vicino anche a Comunione
e liberazione. Ha difeso Silvio &
Marcello perseguitati dalle toghe rosse e
l’estate scorsa votò addirittura contro le
dimissioni di Previti dal Parlamento, per
far capire che si può essere addirittura
più previtiani di Cesarone. Un giorno
commissionò ai giornali locali un sondaggio
da cui risultò che il 70 per cento
dei siciliani moriva dalla voglia di andare
a cena con lui. Anche quelli che non
l’avevano mai sentito nominare. Ma
soprattutto, secondo La Repubblica, fu filmato
nel 2002 mentre baciava un anziano
signore, tal Croce Napoli, al matrimonio
della di lui figlia. Sempre secondo
La Repubblica, Croce Napoli era il
boss mafioso di Palma di Montechiaro.
Ma naturalmente Alfano ha precisato di
non sapere chi stesse baciando e di essere
stato invitato dallo sposo. Anche lui è
fatto così: bacia a caso, come capita. E’
un Vasino Vasino. E si sa, in politica, se
non hai baciato almeno un picciotto,
non ti prendono in considerazione.
Dunque, anche se non fosse vero che
Croce Napoli era un mafioso, ad Angiolino
conviene lasciarlo credere. Altrimenti
finisce che Berlusconi ci ripensa e
gli leva la Giustizia.
02
Giu
08

Punto della situazione rifiuti campani

Credo che la situazione sia diventata insostenibile da tempo. E sicuramente le responsabilità saranno addossate attraverso giusti processi che scoveranno i veri colpevoli di finanziamenti andati in fumo, rifiuti andati in strada, cittadini affumicati. Perlomeno lo spero.
Il nuovo Governo ha deciso di attuare una linea dura ed intransigente per risolvere un problema estremamente critico. Perché allo stato di crisi siamo arrivati da tempo. Il problema è che ha chiuso gli occhi ed ha cercato di adottare misure di una banalità quasi infantile. Aprire vecchi siti di smaltimento e crearne di nuovi per risolvere l’impellente emergenza e per instaurare poi un meccanismo efficace. Degni di merito sicuramente per chi non conosce altre strade che quelle che già si sono rivelate sbagliate.
Bene. Tanti anni di sviluppo, di ricerca scientifica e tecnologica, di tentativi di smaltimento alternativo non hanno portato a nulla.
il 23 Febbraio 2008 la CNN e la BBC avevano mostrato 30000 manifestanti a Napoli che avevano svolto esperimenti di raccolta porta a porta, di trattamento meccanico-biologico, di compostaggio con enormi successi. I giornalisti della CNN si stupirono del fatto che il giorno dopo nessun giornale e nessun telegiornale riservasse anche solo un misero trafiletto oppure un decimo di secondo alla manifestazione.
“Aprire i giornali il giorno seguente e non trovare notizie è imbarazzante, ma è chiaro che in Italia manca una stampa libera e indipendente”.
Questo il commento di David Willey della BBC.
Ma perché non permettere a nuove metodologie di sfruttare i miliardi di finanziamenti che sono stati messi a disposizione sia dallo Stato Italiano sia dall’Unione Europea? Perché non consentire di assumere migliaia di  persone che lavorino nel proprio quartiere operando la raccolta porta a porta in una regione con un altissimo tasso di disoccupazione? Perché giustificare sempre le spese con i guadagni della malavita o della solita Impregilo.
Per chi non sapesse cosa è la Impregilo basta guardare su Wikipedia da cui riporto i seguenti passi:
“Nell’ottobre 2005 Impregilo, a capogruppo di una cordata di aziende internazionali, si aggiudicò la gara internazionale per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, battendo alla fine l’ultima cordata concorrente, guidata dalla capogruppo Astaldi. L’offerta finale risultò essere di 3,88 miliardi di euro. Il progetto considerava un tempo di realizzazione di 70 mesi (6 anni). Il contratto di assegnazione è stato firmato dal governo Berlusconi il 27 marzo 2006…” . “Nel Maggio 2008 vengono arrestate 25 persone, fra cui Massimo Malvagna, amministratore delegato di FIBE S.p.A., con varie accuse connesse al traffico dei rifiuti “. “All’estero, in particolare nei paesi dell’America Latina e dell’Africa, Impregilo in qualità di capogruppo è stata coinvolta e citata in giudizio rispetto a reati riguardanti l’ambiente e la salute delle popolazioni locali in cui le “grandi opere” venivano edificate [citazione necessaria]. Si nota una certa tendenza a evadere le norme minime del rispetto ambientale e dei diritti umani, sia quelli delle popolazioni interessate dalle “grandi opere” sia i diritti dei lavoratori delle ditte del gruppo Impregilo.”
 
 
Ebbene, viene approvato il decreto sui rifiuti proposto dal Governo in Parlamento ma tanto perché non bastasse :
 
La Direzione Generale Ambiente della Commissione europea ha bocciato, nella serata di venerdì, il decreto rifiuti approvato dal Consiglio dei ministri a Napoli il 21 maggio scorso. Secondo i funzionari della Direzione generale Ambiente, il provvedimento risulta  in contrasto con la normativa comunitaria in materia di trattamento e smaltimento dei rifiuti.
Come tutte le leggi nazionali in materia di ambiente, anche il decreto rifiuti  del governo italiano è stato infatti sottoposto al vaglio della Direzione generale Ambiente della Commissione, con l’obiettivo di verificare eventuali contrasti con la normativa comunitaria. Contrasti che, secondo fonti vicine ai tecnici di Bruxelles, sono valsi una bocciatura.
Le obiezioni dell’Ue riguardano soprattutto gli articoli che contengono deroghe: alla Commissione non sono andati giù, in particolare, l’articolo 9 (relativo alle deroghe sulla valutazione di impatto ambientale per i siti che saranno adibiti a  discariche) e l’articolo 18 (che prevede un lungo elenco di deroghe alla normativa vigente in materia ambientale, igienico-sanitaria, di prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, urbanistica, paesaggio e beni culturali).
I tecnici avrebbero sollevato le loro obiezioni direttamente ai rappresentanti del governo italiano a Bruxelles, indicando i punti critici del decreto. Va detto che il parere della Commissione europea non è vincolante per il governo di un Paese membro. Naturalmente, però, qualora Berlusconi e suoi ministri decidessero di andare avanti e di non ascoltare i rilievi dell’Ue, si aprirebbe una procedura d’infrazione contro l’Italia. E sarebbe la seconda volta: il nostro Paese è già in procedura d’infrazione, e sempre per lo scandalo dei rifiuti.

Insomma: spero che vi siate resi conto di quali siano le reali motivazioni che hanno portato all’ennesima bocciatura della metodologia di smaltimento. Vi spiego meglio il banale giochetto dei nostri politici. La situazione è gravissima, necessitiamo mostrare rapidità, fermezza e sicurezza. Diamo ancora più soldi agli stessi che hanno lavorato in Campania dal 2000 (che semplicemente sono gli artefici del macello) perché brucino tutto il bruciabile e prima di tutto il “vedibile”. Inseriamo un segreto di stato sulle aree adibite ad inceneritori (in maniera tale che nessuno ci metta il naso). Inseriamo un articolo che preveda comunque un analisi dell’impatto ambientale (fatto da revisori che lavorano per la Impregilo di cui sopra) che venga fatto in termini rapidissimi (come se fosse possibile verificare l’incidenza sulla popolazione in una settimana, e questo lo dicono scienziati). Mettiamo l’esercito a proteggere il giochetto.
 
Questa non è controinformazione, questa è la spudorata realtà dei fatti.
 
Voi a Chiaiano non ci andreste a vivere, dite la verità!
01
Giu
08

“Ogni società ha il tipo di criminali che si merita”, Robert Kennedy Tribute

Robert Kennedy nacque il 20 Novembre 1925.
Robert Kennedy si sposò nel 1950 ed ebbe 11 figli.
Robert Kennedy fu ministro della giustizia sotto la presidenza del fratello John fino al suo assassinio.
Robert Kennedy era contro la guerra del Vietnam ed era per la completa integrazione fra bianchi e neri.
Robert Kennedy durante la sua campagna per le presidenziali del 1968 ricevette l’appoggio dei pacifisti, dei non violenti, dei neri. Il 4 Aprile 1968 annunciò in un comizio pubblico la morte di Martin Luther King di cui condivideva pensiero e battaglie affermando :”Amore, saggezza, solidarietà per coloro che soffrono, giustizia per tutti, bianchi e neri.”
Robert Kennedy venne assassinato il 4 Giugno di quello stesso anno e morì due giorni dopo.
 
Il suo feretro, dopo il funerale celebrato a Manhattan alla San Patrick cathedral, venne posto su un treno per raggiungere il cimitero di Arlinghton dove riposava suo fratello John.
Durante quel tragitto un fotografo immortalò in più di 2000 scatti il popolo americano che omaggiava un futuro grande presidente. 

 Nell’immagine che riporto, un intera famiglia, probabilmente di contadini delle campagne limitrofe a New York, in un gesto di dignità assoluta, in ordine di altezza come se fossero ad una parata militare, rende l’ultimo saluto ad un uomo probabilmente unico.
Nel vedere questa immagine e le altre il mio cuore si riempie di dolore e di sofferenza ma, allo stesso tempo, di fortissima ammirazione. Era il 1968, son passati 40 anni da quei giorni, e credo che sia proprio da quelle immagini e da quella storia che bisogna trarne insegnamento.
C’è una nobiltà in questa famiglia povera che le nostre case raffinate, le nostre macchine lussuose, la nostra cultura contemporanea non riescono nemmeno a imitare. C’è una dignità ed una forza mastodontica nel semplice gesto di omaggiare una personalità che non può, oggi, farci restare indifferenti.
Bob Kennedy ed il suo fratello John erano persone illuminate. Dalla forza dell’amore. Bob nei suoi discorsi pubblici durante la campagna elettorale poneva l’accento sul fatto che dovessero essere la compassione e l’amore a farci comprendere il mondo. 
 

Bob avrebbe cambiato veramente il mondo? Lo avrebbe reso oggi un posto migliore? Sicuramente avrebbe insegnato a milioni di persone, generazioni e generazioni di uomini di potere successive, quali dovessero essere i valori su cui si basa una politica di governo. Non gli è stato dato il tempo e neppure l’opportunità. Un macigno insostenibile che ha cambiato il nostro tempo.
 
Qui sotto riporto l’articolo di Mario Calabresi sull’intervista fatta a Paul Fusco, fotografo di quel “Funeral Train”.
 
 
L’uomo che rinunciò a fotografare Bob Kennedy da vivo, che abbassò l’obiettivo per timidezza e cortesia, sarebbe stato l’unico capace di raccontare il lungo addio che il popolo americano gli tributò per 328 chilometri di ferrovia in un sabato pomeriggio del giugno 1968. Paul Fusco aveva trentotto anni quel giorno, quando il feretro di Robert Francis Kennedy partì da Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito da un proiettile al cuore mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John. 

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre, era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. “Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini”.

 

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. “Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

 

Scattò quasi duemila fotografie, fino ad oggi ne conoscevamo soltanto cinquantatré, ma ora dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento. Il reportage di Paul Fusco è uno dei più emozionanti ritratti del popolo americano mai fatti, un documento che commuove e indigna.

“Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.

 

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C’è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio.

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere”. I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

“La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”.

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero – gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale – ma ora cosa faranno?”.

Look magazine non pubblicò nessuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima con le foto della morte e dei funerali; allora a Look decisero di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio. Ci rimase per tre anni, finché la rivista non chiuse per una crisi economica e di pubblicità, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

Da quel momento nasce l’interesse intorno al “Funeral Train”. “Il nuovo direttore dell’ufficio di Magnum non può credere che quella storia sia stata chiusa in archivio per tre decenni: “Ma perché siete stati seduti su questo lavoro per tutti questi anni?”. Fa preparare un portfolio e lo manda in Europa. Una famosa galleria londinese organizza la prima mostra, la Xerox stampa un libro in edizione limitata di trecento copie. Poi nel Duemila diventa un volume che viene pubblicato in tutto il mondo. Chiedo che le foto siano stampate solo sulle pagine di destra perché i lettori non devono muovere la testa, ma restare immobili, girare solo la pagina e veder scorrere le facce come se fossero anche loro dietro il finestrino del treno, accanto al feretro di Bobby”.

Fusco ricorda quando la mostra venne esposta alla prima edizione di FotoGrafia, il Festival internazionale di Roma: “Era stata allestita alla stazione Termini, la gente scendeva dai treni e se la trovava davanti, fu un’idea bellissima e geniale”.

Quando Look fallì, in cambio della benevolenza del fisco il proprietario decise di donare tutto l’archivio alla Libreria del Congresso: cinque milioni di foto presero la via di Washington. “Anche i miei scatti finirono là. Due anni fa il gallerista James Danziger è andato a cercarli e ha trovato le altre milleottocento foto. Erano inedite, nessuno le aveva mai viste. Eccitatissimo mi ha chiamato e mi ha convinto a fare un nuovo libro e una mostra con lui, che inaugurerà alla fine di questa settimana a New York”.

Paul Fusco non ama l’America di oggi, abita fuori New York e fa una vita ritirata. “Il Paese è diviso, pieno di battaglie, bugie e falsità e la politica pensa solo ai ricchi. Bobby era diverso. L’avevo incontrato una volta. Ero in Messico, ad Acapulco, per fare un servizio sul paese che si preparava alle Olimpiadi del ’68. La giornalista con cui lavoravo, si chiamava Laura, venne a sapere che c’erano Ted e Bob Kennedy, li conosceva e mi convinse ad andare a cercarli. Trovammo la villa dove erano ospiti ed entrammo. Io ero imbarazzatissimo, non ho mai attaccato la gente con la macchina fotografica, ho sempre cercato di scattare con gentilezza senza invadere, senza creare reazioni di fastidio. Laura cominciò a dire: “Paul scatta, fai una foto”, ma Ted si infastidì e ci chiese di andare via: “Siamo in vacanza, lasciateci tranquilli: via di qui”. Io mi sentii umiliato per l’intrusione e me ne andai immediatamente. Tornato in albergo mandai una lettera di scuse a Bobby e lui mi rispose ringraziandomi e dicendo che era stato “magnifico” conoscermi. Rimasi impressionato dalla sua cortesia. A casa, da qualche parte in mezzo alle carte conservo ancora quel biglietto. Ho tenuto tutto”.

Paul Fusco era venuto a Manhattan per fare questa intervista, gli dispiace che dopo “solo” tre ore sia finita. Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quarant’anni”. E ride strizzando gli occhi azzurri a fessura.

30
Mag
08

In risposta ad una logica preoccupazione.

In risposta ad una mail di Lorenzo che manifestava la sua chiara attuale preoccupazione per le azioni estremiste che si stanno manifestando, ad oggi, in Italia.

    L’Italia è seriamente in pericolo. Se prima lo era economicamente adesso vedo anche una destabilizzazione civile difficile da risolvere. Sai che non sono i governi la soluzione. Perchè tanto si occupano del loro orticello e non di certo di uno stato che oramai o risorge da solo o non potrà altro che vedersi piano piano autoimplodere. La mia paura è oggettiva, reale. Da molte parti ci si ribella contro un assetto che è seriamente pericoloso. E’ la libertà dell’individuo ad essere messa in serio pericolo. E’ il nostro tentativo che va avanti da anni di creare una società civile e multietnica che sta miseramente fallendo. Io non sono favorevole a rendere la vita semplice ai malfattori. Ma sono per condannare coloro che veramente lo sono, a prescindere da sesso, razza o estrazione sociale. Si chiamava giustizia quando studiavo ancora sui banchi di scuola. Ecco, quello che mi rattrista è vedere gli estremismi salire alla cronaca per le azioni di violenza. Per me gli estremismi esisteranno sempre , è qualcosa di intrinseco in una società fatta di uomini liberi, ma non posso giustificare che venga loro permesso di diventare legge senza dialogo solo con l’uso della forza, della violenza. Il Preside Della Facoltà di lettere della Sapienza di Roma, dopo essere stato ieri “recluso” per 20 minuti nel suo studio da un azione dimostrativa Violenta portata avanti da 100 “facinorosi” , ha spiegato chiaramente che il dialogo e l’espressione attraverso la “parola” di qualsiasi estremismo devono essere permesse perchè possano diventare frutto e spunto di riflessioni. Purtroppo quei liceali vagabondi a cui ho insegnato io 5-10 anni or sono, adesso frequentano le università. Sono persone svogliate, con poca cultura alle spalle, poco capaci anche di mettersi davanti a qualsiasi lettura socio-politica illuminata, figli di velinaggi, maurizio costanzi, maria defilippini, eccetera eccetera. Sono frutto degli errori dei padri e degli insegnanti 68ini (senza fare di tutta l’erba un fascio naturalmente!), sono vittime dell’assenza di ideali e quindi bandiere al vento del primo infervorato fanatico!!! Cosa ci possiamo aspettare da un governo giustificato da un voto popolare ineccepibile che come prime proposte di legge rivendica il salvataggio di Rete4, la apertura incondizionata di termovalorizzatori con la protezione dell’esercito (su cui noi abbiamo già apertamente parlato, ma noi cazzo loro no!), il protezionismo dei suoi associati? Lo sapevamo già prima che Veltroni era il male minore, perlomeno è un’amante del “bello” inteso come forma artistica. Adesso bisogna pregare, e molto, perchè non ci si ritrovi tra pochi anni con un paio di mosche nel portafoglio e con le pistole in tasca come gli americani! Temo per la vostra libertà fratello! Io nel mio piccolissimo, come già dissi a suo tempo, raccoglierò informazioni veritiere e cercherò di informarvi attraverso questo mezzo eccelso che è la rete (fino a che, come in Cina, non censureranno anche questa). La mia speranza è che in pochi anni anche la lavandaia di Bressanone o il giudice di Biella possano leggere la verità in rete (frase grilliana). Ecco, a quel punto, forse, una rivoluzione ideologica sarà anche realizzabile. Per adesso incrociamo le dita!

29
Mag
08

Reato di clandestinità?

Oggi voglio raccontarvi del modo subdolo con cui vengono trattate le novità politiche nel nostro caro paese.

Di grande moda pochi giorni fa è stato il dibattito acceso su il così definito Reato di Clandestinità! Ebbene andiamo a leggere quanto previsto dal ddl e pensiamoci su:

” Ingresso illegale nel territorio dello Stato. Lo straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni della legge Bossi-Fini è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e deve essere obbligatoriamente arrestato e processato per direttissima.”

Come si nota può essere arrestato colui che entra nel nostro territorio, proprio durante l’atto di entrare. Quindi se uno non viene colto sul fatto può tranquillamente dire che sta in Italia da 2 giorni, 3 mesi 5 anni e quindi NON può essere arrestato. Quindi gli eventuali fantomatici processi per direttissima non avrebbero ragion di esistere per questo caso, in quanto uno alla frontiera può rimandare tranquillamente indietro il “pericolosissimo” straniero!!!

Questo per farvi capire che vi raccontano le cose in maniera diversa da come in realtà sono. Servono come banale specchio delle allodole per mascherare ciò che in verità merita maggiore attenzione e che, invece, risulta nascosto, subdolo, meschino.

La situazione sta peggiorando sempre di più e bisogna stare attenti all’informazione. C’è pericolo di regime? Non credo che ce ne possiamo accorgere, perchè ci siamo dentro da tempo, da troppo tempo.

Riparto con informarvi ma spero che anche voi facciate lo stesso da soli.

Mat

15
Mag
08

«A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».

«A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura»
Difficilmente in un paese non civile questa frase potrebbe aver senso. Si perché se la civiltà fosse stata stravolta da una dittatura, da un regime, ben pochi “puri” avrebbero la possibilità di esprimersi.
Son convinto che il giornalista Travaglio si definisca un puro. E così effettivamente appare agli occhi (talvolta preventivamente ammaliati) di chi lo osserva. Questo uomo gracile con gli occhi furbi che cadenza minuziosamente le parole senza far presagire alcun disturbo, alcun rancore, alcun istinto rabbioso.
Se la sua “purezza” è tale allora il nostro è ancora un paese in cui un “regime” non si è stabilito, in cui ancora la libertà di espressione è garantita così come quella di satira, di stampa e di libera aggregazione. Se la sua “purezza” è tale però deve pur esserci quindi qualcuno più puro (perché degli scheletri nell’armadio tutti li nascondono, chi più chi meno) che epura .
Bene, accettiamo questo fatto ma, certo non possiamo certo credere che il “piùpuro” sia Anna Finocchiaro, o Follini, o Gasparri. Possiamo credere che esista un giornalista che possa denunciare Travaglio e che possa permettersi di farlo dalle testate di un giornale. Possiamo credere che costui epuri e che sia più puro. Possiamo crederci perché dobbiamo crederci. Perché la sua esistenza permetterebbe di confermare che il nostro è un paese veramente civile.
Ebbene: io non credo che Travaglio sia il piùpuro, ma tanto meno credo che uno piùpuro possa scrivere liberamente su una testata come Repubblica senza che il suo armadio sia abbastanza pieno di scheletri da nascondere benbene.
I giornali insistono vivamente sul termine querela “Trattasi di una dichiarazione mediante la quale un soggetto, sia di persona che per mezzo di un procuratore speciale, manifesta la propria volontà perché si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato. La querela è molto importante perché è requisito principale per la persecuzione di reati non perseguibili d’ufficio.” Ebbene: in un sistema giudiziario dove le carte seppelliscono processi per stupro, liberano assassini per decorrenza di termini e via dicendo. Beh: aumentare l’entropia dei tribunali non credo sia un bell’esempio. Vedi Schifani, Travaglio, ecc. ecc. ecc.

I giornali insistono costantemente sul termine querela “Trattasi di una dichiarazione mediante la quale un soggetto, sia di persona che per mezzo di un procuratore speciale, manifesta la propria volontà perché si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato. La querela è molto importante perché è requisito principale per la persecuzione di reati non perseguibili d’ufficio.” Ebbene: in un sistema giudiziario dove le carte seppelliscono processi per stupro, liberano assassini per decorrenza di termini e via dicendo. Bhè: aumentare l’entropia dei tribunali non credo sia un bell’esempio. Vedi Schifani, Travaglio, ecc. ecc. ecc.

 




Senso

" ... perchè sopprimere un ideale soffoca il pensiero, esprimerlo senza regole lo rende innocuo ! "

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