Archive for the 'buono e bello' Category

03
Mag
08

S.Rushdie e R. Saviano, un incontro.

Ci sono storie di uomini che vale la pena che vengano narrate. Perchè ci insegnano qualcosa. Perchè parte del loro racconto ci resta dentro, impresso a fuoco nel cuore. Ci permette di crescere, di maturare, di assaporare la nostra vita quotidiana, di capire che a prescindere da tutto siamo degli eletti anche nella nostra semplice e smaccata semplicità… che non è mai banale.
La vita di uomini che stanno lottando per quello che, secondo il mio modesto parere, è ancora il più grande valore: la libertà.
Le sue forme, i suoi colori, le sue mille traduzioni non cambiano il suo profondo concetto.
Non sentiamoci mai completamente liberi! Perchè se ragioniamo attentamente abbiamo tutti delle gabbie, ognuno di noi ha delle catene. Reali o mentali quello non conta. Alcune di esse ce le creiamo per autodifendersi altre ce le creano gli altri.
Bene: io dico che dobbiamodi lottare contro le limitazioni alla nostra libertà che ci vengono imposte, e soprattutto bisogna cercare di scovare che non percepiamo. Perchè sono le più pericolose, le più subdole!
 
Vi riporto il racconto di un incontro esemplare. Fra due uomini che hanno perso la libertà di vivere, perchè scrittori liberi, perchè vittime delle loro idee.
 
Sto parlando di Salman Rushdie e del nostro Roberto Saviano.
 
A loro dedico la mail odierna sperando che questo racconto del loro incontro vi alimenti l’anima come ha fatto a me.
 
Mat
 
 
SALMAN Rushdie, 60 anni, romanziere angloindiano, condannato a morte dall’Ayatollah Khomeini per aver scritto nel 1988 I versi satanici: più di dieci anni passati nascondendosi, viaggiando su auto blindate, con otto uomini di scorta.

Roberto Saviano, 28 anni, giornalista e scrittore napoletano, vive blindato da 19 mesi, cambiando continuamente domicilio da quando si è scoperto un progetto per eliminarlo del clan camorristico dei Casalesi. La sua colpa? Aver scritto il libro Gomorra, tradotto in 42 Paesi.

Salman Rushdie si avvicina a Roberto Saviano, gli sorride, si presenta, lo abbraccia e subito gli chiede: “Hai la scorta anche qui?”. “Sì, me l’ha data l’Fbi: tutti agenti italoamericani si occupano di mafia e traffici internazionali”. “Io invece non ho più la scorta, qui in America sono tornato ad essere un uomo libero”.

Inizia così, con un incontro casuale in una casa privata, un lungo dialogo che parla di vite rubate, della paura, della solitudine, delle minacce, della libertà di scrivere e della speranza di recuperare una vita normale. Saviano ha un girocollo di lana blu, i jeans e le scarpe da tennis. Rushdie una giacca scura con un golf grigio e un paio di scarpe nere. Sono entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices. I due parlano fitto come si conoscessero da tempo, si mettono in un angolo, come non volessero disturbare con le loro storie angosciose. In mezzo a loro una gallerista newyorkese, Valentina Castellani, che si trova a fare per caso da traduttrice.

Rushdie ha conosciuto Gomorra grazie a un suo amico napoletano, il pittore Francesco Clemente, e aveva mandato a Saviano una mail di solidarietà quando aveva saputo delle prime minacce.


È lui a dare il ritmo al dialogo, lo tempesta di domande, vuole capire se quel ragazzo che ha davanti sta ripetendo esattamente il suo calvario.

Saviano: “Alcuni hanno paragonato le nostre vite: un libro ci ha condannati a vivere sotto scorta, condannati a morte. Ma io vedo una differenza fondamentale tra noi: tu sei stato minacciato per il solo fatto di aver scritto, nel momento in cui hai pubblicato è arrivata la fatwa. Per me è stato diverso, quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me”.

Rushdie: “No, invece penso che alla fine sia la stessa cosa, comunque ti hanno preso di mira perché hai scritto qualcosa che non volevano, che ha dato fastidio”.

Poi però Rushdie si blocca, si incuriosisce, vuole sapere di più: “Ma perché, davvero all’inizio non hai avuto problemi?”.

Saviano: “No. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene, anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano”.

Rushdie si mette a ridere e dice: “Magnifica l’idea che un mafioso si metta a fare l’editing di un libro. Mi fa venire in mente una cosa incredibile che è accaduta al giornalista indiano Suketu Mehta. La prima volta che è tornato a Bombay, dopo aver scritto Maximum City, è stato chiamato dai gangster mafiosi di cui parla nel libro: volevano lamentarsi con lui perché gli aveva cambiato i nomi, mentre ai poliziotti aveva lasciato quelli originali. Insomma volevano apparire ed erano dispiaciuti di non poter essere facilmente identificati”.

Saviano: “Poi però la cosa è cresciuta, si è cominciato a parlare del libro e questo ha cominciato a disturbarli. Perché fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Poi il libro ha risvegliato l’attenzione in tutta Italia e questo successo non mi è stato perdonato”.

Rushdie: “E ora come vivi?”.

Saviano: “Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un’esistenza normale”.

Rushdie: “Hai problemi solo tu o anche la tua famiglia?”.

Saviano: “La mia famiglia se n’è dovuta andare da casa e aver creato loro questi problemi mi pesa molto”.

Rushdie: “Invece io sono stato l’unico ad aver avuto una vita blindata, la mia famiglia non è mai stata minacciata e ha continuato a vivere come prima, mia madre allora stava in Pakistan e nessuno le ha mai fatto nulla. Adesso viaggi sempre sotto scorta?”.

Saviano: “Sì, in ogni momento, anche quando vado all’estero”.

Rushdie: “Anch’io sono stato scortato in Italia e ricordo una paura terribile, i poliziotti avevano sempre la pistola in mano, guidavano come dei matti e io temevo che avremmo ammazzato qualcuno. La verità è che ad un certo punto non vivi più, sei prigioniero delle minacce, di chi tu vuole uccidere e di chi ti protegge. Non ti fanno fare più nulla e ti sembra di impazzire, non sei più padrone della tua vita”.

Saviano: “A me i camorristi hanno detto: ti abbiamo chiuso nella bara senza averti ucciso. Però per me la scorta non è qualcosa che mi tiene prigioniero e isolato, ma è l’unico modo per permettermi di continuare a lavorare e a scrivere”.

Rushdie: “Devi riprenderti la tua libertà. Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo. Non succederà mai, sarai tu a doverlo decidere”.

Rushdie resta fermo in silenzio a fissarlo, vuole essere sicuro che tutto venga tradotto con cura, che il suo messaggio sia chiaro, poi ricomincia, quasi stesse dettando un decalogo di sopravvivenza: “La libertà sta nella tua testa. Io certe volte chiedevo di presentare un libro o di andare ad una conferenza ma non mi autorizzavano, dicevano che era troppo rischioso. Ma se io mi sentivo che si poteva fare allora combattevo come un leone finché non ottenevo di poterci andare. Devi riappropriarti della tua capacità di giudicare cosa puoi fare, del tuo fiuto, della tua sensibilità, non puoi appaltare tutta la tua vita ai poliziotti”.

Poi si ferma di nuovo, ha paura di aver esagerato: “Mi raccomando, non ti sto dicendo di fare cose imprudenti o avventate, non ti dico di andare a metterti davanti ad una pistola, ma di recuperare una libertà di giudizio. Io l’ho recuperata venendo a vivere qui negli Stati Uniti. Ricordo le prime volte a New York, scendevo da solo in metropolitana, camminavo nel Parco, andavo ad un museo. Poi tornavo a Londra e avevo l’auto blindata e otto uomini di scorta e mi mancava l’aria”.

Saviano: “Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei”.

Rushdie: “Anche io ho sempre pensato che avrei riscritto I Versi Satanici. Ma perché il tuo libro ha dato più fastidio di altri, come te lo sei spiegato?”.

Saviano: “Perché non è un saggio ma un racconto, è letteratura, e così ha raggiunto un pubblico molto più vasto, è stato letto da molta più gente e questo ha combinato il casino. Comunque se non riescono ad eliminarti cercano di sporcarti, di danneggiarti, di raccontare che sei un poco di buono, un’infame, che lo fai perché sei un fallito e un invidioso”.

Rushdie: “È vero, è così: ti squalificano. Per anni hanno sostenuto che io avevo scritto finanziato da lobby ebraiche, che ero il diavolo, un impostore, il male. Questa predicazione ha fatto proseliti: ci sono intere aree del mondo musulmano dove non posso andare o dove non potrei mai parlare perché ormai il pregiudizio contro di me è talmente radicato che non c’è più nulla da fare. Ma non possiamo mollare, bisogna andare avanti, continuare a scrivere, continuare a vivere”.

Saviano: “È quello che sto cercando di fare, ma certe volte è dura, vedi le calunnie e le minacce e fai fatica a pensare ad altro”.

Rushdie: “Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita”.

Saviano abbassa la voce: “Vorrei farti una domanda forse un po’ ingenua: ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere?”.

Rushdie: “Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova”.

Rushdie: “Stai scrivendo qualcosa di nuovo?”.

Saviano: “Sì, un altro libro ma non sulla camorra”.

Rushdie: “Bravo, continua a scrivere e scrivi anche di altro, anch’io ho fatto così, anche questo è un modo per non restare prigionieri. Devi recuperare una vita che non sia tutta legata a Gomorra. E poi dovresti venire a stare un po’ a New York, qui mi sono sempre sentito molto più libero che in Europa. Qui non potrebbe mai accadere che uno scrittore venga minacciato per un libro, forse perché in America nessuno pensa che la letteratura possa avere questo potere”.

È ormai tardi, si salutano. Rushdie: “Verrò a trovarti a Napoli il prossimo anno, ci sarà una mostra di Clemente e ci sarò sicuramente”.

Poi scendono insieme, in ascensore si aggiunge il romanziere inglese Ian McEwan. Quando escono dal portone Rushdie vede gli uomini dell’Fbi e allora, divertito, dice a Saviano: “Lascia a me e a Ian l’onore di scortarti fino alla macchina”. Poi, prima di chiudergli la portiera, gli ripete: “Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa”.

L’auto blindata dei federali parte veloce. Rushdie, da solo, si mette a camminare nella notte lungo il Central Park

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14
Feb
08

Arrigo Boldrini, setto “bulow”, senatore, partigiano, politico vero

Vi allego qui sotto la lettera di addio che un consigliere comunale scrive in ricordo dell’amico Arrigo Boldrini. Potrete trovare facilmente su internet la sua biografia.
Un politico non di altri tempi ma con idee “sane”. Che pensava sempre che il suo ruolo non servisse a se stesso ma alla collettività.
Forse quello che talvolta manca oggi… un po di sano altruismo. La politica, in fondo, è anche questo.
Viva l’Italia e viva “Bulow” un altro nostro eroe da cui prendere esempio.
Matteo

… ho
avuto la fortuna di conoscere Arrigo
Boldrini detto “Bulow”, una persona
magnifica che mancherà a questo nostro
Paese ormai martoriato, un uomo grande
nella sua semplicità e piccolo nel non
volere mai apparire se non quando
bisognava decidere e fare cose per il
popolo che tanto ha amato, per il suo
Paese che con onore e onestà ha difeso
e salvato dal fascismo e dal nazismo.
Era bello sentirlo parlare di come si può
servire lo Stato con passione ed onestà,
qualità che questi mascalzoni che ci
governano oggi non hanno nemmeno
nelle suole delle scarpe, e ricordo i
consigli che mi suggeriva per il mio ruolo
di assessore comunale che allora
ricoprivo nel comune dove abitavo:
“Quando sei amministratore pubblico
devi sempre agire nell’interesse dei
cittadini che ti hanno eletto e che hanno
avuto fiducia in te. Se per un solo attimo,
mentre svolgi il tuo ruolo di
rappresentante delle Istituzioni, senti di
fare qualcosa per interesse tuo
personale, abbandona tutto subito,
perchè quello non sarà più il tuo posto”.
“Bulow, ci mancherà la tua semplicità
quando passavi le serate con noi nel
casolare della campagna romagnola
mangiando prosciutto e piadina giocando
a scopa, ricordo quando mi dicevi che
per tua convinta ideologia rifiutavi la
proprietà privata e vivevi in una casa
popolare ad equo-canone e che tu da
solo pagavi di più di tutti gli altri
condomini messi insieme, considerando
che percepivi lo stipendio di Senatore
della Repubblica.
Ricordo che mi dicevi che a Roma ci
andavi in treno con la tessera da
Senatore e rifiutavi auto blu, voli di Stato
ed altri privilegi poichè erano costi a
carico della collettività. Sei stato un
grande politico che ha sempre avuto
rispetto per la gente e il Paese che
rappresentavi, quel rispetto che questi
politici farabutti e delinquenti, che si sono
autoeletti e che ti hanno succeduto nel
tuo ruolo, hanno solo per i poteri forti dei
quali sono servi, hanno rispetto per Don
Ciccio che gli procura i voti, hanno
rispetto per i loro loschi interessi nel
controllare il loro potere, tranne che per
noi.
Non ti ho mai chiesto se credevi in Dio, o
se eri ateo o semplicemente laico, ma
quando lo incontri gli devi dire che quelli
come te quaggiù non ci sono più, e che
se non ci pensa Lui a salvarci per noi
sarà veramente la fine. Ciao Bulow.”
Antonio
13
Feb
08

il buono ed il bello dell’Italia

In quest’Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario…
E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanita’ a volte divise solo da una porta. Nell’ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell’Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci.
Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente. Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole. E soprattutto queste persone riescono a compiere il miracolo di farti arrivare alla morte senza dolore aiutandoti anche psicologicamente. Il che in Italia e’ moltissimo, visto che siamo agli ultimi posti nella graduatoria mondiale dl consumo degli antidolorifici per i malati terminali….
 
Da oggi cercherò di sottolineare le bellezze del nostro paese. L’efficenza e l’avanguardia che ci contraddistinguono e che il mondo ci invidia. Una sorta di mondo opposto a quello che conosciamo e che denigriamo ma che, proprio per la sua presenza , ci permette di poter sperare.
Quella che ho riportato in testa è un tratto di una lettera scritta da Jacopo Fo per la morte dell’amico Sergio Angese, giornalista e soprattutto vignettista.
Da oggi si inizia a porre le basi per il nostro futuro.
Da oggi cerchiamo di vedere chi, seppur con difficoltà, fa crescere ed apprezzare il nostro paese.
Da oggi cerchiamo di trovare i nostri nuovi eroi. Coloro che  possono guidarci verso un futuro più ottimista.
Spero di trovare le buone cose d’Italia così facilmente come ho trovato le cattive.
Ma, come sempre accade, il buono si nasconde bene… perchè il male non lo infetti!
Mat



Senso

" ... perchè sopprimere un ideale soffoca il pensiero, esprimerlo senza regole lo rende innocuo ! "

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