03
Giu
08

Schifani Renato “Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici” (12 settembre 2003)

Vi riporto un divertente articolo del tanto osteggiato giornalista Marco Travaglio.
Non ci tappiamo gli occhi leggendo di questi reali racconti (seppur giornalisticamente romanzati), ne tantomeno pieghiamoci al qualunquistico “tanto è stato, è e sarà sempre così”. Leggiamo con la mente di chi critica per progredire, per denunciare, per comprendere chi ci governa. Perchè se si vivesse in un paesotto non credo ci farebbe piacere baciare un presunto mafioso, tantomeno salutarlo, tantomeno averlo come vicino di casa. Bene: noi li abbiamo eletti! Li abbiamo posti cioè in un sito di rappresentanza. A rappresentarci.
Io preferisco esser rappresentato da personaggi di ben altro calibro, che sia un Rubbia o un Berlinguer, un Pertini o un Jfk. Purtroppo però non sapevate, purtroppo però non sapevamo. L’ignoranza sappiate non è permessa! Quindi alla Tafaziana maniera iniziamo a flagellarci i testicoli e, per chi non ne ha, che inizi a farseli crescere, perchè ne abbiamo credo già tutti le palle piene!
 
C’era una volta Vasa Vasa, al secolo
Salvatore Cuffaro, medico a tempo
perso. Ma molto perso: si racconta che
un giorno era in prima fila all’inaugurazione
dell’anno giudiziario, in veste di
fornitore, e a causa del caldo e della tensione
gli svenne sotto il naso un carabiniere
in alta uniforme. Tutti invocarono
un dottore, lui si ricordò di esserlo, si
avvicino al corpo esanime e zac! Gli sollevò
il capo per farlo rinvenire. Nessun
risultato. Una donna delle pulizie fece
notare che forse era il caso di sollevargli
le gambe, dopodiché il milite puntualmente
rinvenne. Bene, anzi male. C’era
una volta Vasa Vasa che baciava a strascico,
’ndo cojo cojo. Così, diceva, baciando
baciando poteva pure capitargli qualche
mafioso. Ma, su migliaia di baciati,
non faceva neppure statistica.
Un viatico per il Parlamento
Fu beccato, grazie alle solite intercettazioni
telefoniche (perlopiù indirette: lui,
quando si ricorda, usa gli intermediari),
ad avvertire il boss di Brancaccio Giuseppe
Guttadauro e poi il costruttore
presunto mafioso Michele Aiello, re
della sanità convenzionata con la regione
Sicilia, che avevano i telefoni sotto
controllo. Insomma, che stessero attenti
a come parlavano. E fu condannato in
primo grado a 5 anni per favoreggiamento
di alcuni mafiosi. Lui festeggiò
offrendo cannoli agli amici, per giunta a
favore di flash e telecamere. Conoscendosi,
temeva che gli dessero l’ergastolo,
o poco meno. Dunque 5 anni gli parvero
pochi e se ne restò al suo posto. Ma
l’allora premier Romano Prodi gli fece
sapere che, per legge, i condannati anche
“solo” a 5 anni non possono fare i consiglieri
comunali, circoscrizionali, provinciali,
regionali. Men che meno i presidenti
di Regione. Ergo era pronto il
decreto per destituirlo. Totò lo anticipò e
si dimise, da tutti elogiato per il gran
senso di responsabilità. E il suo segretario
Pierferdinando Casini si affrettò a
candidarlo come capolista al Senato dell’Udc-
Rosa Bianca: con i suoi 5 anni per
favoreggiamento ai mafiosi, lo riteneva
pronto per il grande salto verso il Parlamento
nazionale, dove non vige alcuna
incompatibilità per i condannati, anzi.
Insediatosi al Senato, il rubicondo Totò
s’imbattè in un altro Vasa Vasa, però di
colore rosso, o rosé: il dalemiano Vladimiro
Crisafulli, detto Mirello. Lui militava
nel Pci, poi nel Pds, poi nei Ds, ora
nel Pd. Nel 2001, quand’era vicepresidente
dell’Assemblea regionale, fu
immortalato casualmente da una telecamera
nascosta dai carabinieri in un hotel
di Pergusa mentre baciava, abbracciava e
discuteva di appalti, assunzioni e fondi
pubblici con un amico d’infanzia molto
particolare: Raffaele Bevilacqua, boss
della sua città, Enna, già condannato per
mafia, in quel periodo agli arresti domiciliari
(dai quali era uscito un momento
per incontrare Mirello). Niente di penalmente
rilevante: non è reato baciare e
conversare amabilmente con i boss; perché
scatti il reato di concorso esterno
bisogna provare lo scambio di favori tra
l’“esterno” e l’”interno” a Cosa Nostra.
Ma il filmato resta, ed è politicamente e
moralmente rilevante. Figurarsi dove un
Berlinguer o un Pio La Torre avrebbero
sbattuto un Crisafulli. Ma, per sua fortuna,
sono entrambi morti. Infatti nel
2006 Fassino l’ha candidato alla Camera
in un posto sicuro. E nel 2008 Veltroni
l’ha ricandidato, stavolta al Senato.
Congratulazioni, abbracci, effusioni
Di più. Il Vasa Vasa rosé ha messo becco
nella compilazione delle liste siciliane
del Pd, riuscendo inizialmente a depennare
il suo nemico di sempre, Beppe
Lumia: uno che ha la fissa della lotta alla
mafia tant’è che, da vicepresidente dell’Antimafia,
s’è guadagnato una condanna
a morte da parte di Cosa Nostra ed è
costretto a vivere sotto scorta dal 2003.
Insomma, un tipaccio. Poi purtroppo,
dopo le proteste di tanti elettori e l’offerta
di una candidatura da Di Pietro,
Lumia è stato ripescato in extremis come
capolista del Pd. La stessa lista che ospitava
anche Crisafulli: un capolavoro di
“ma-anchismo” veltroniano. Al numero
1 il nemico della mafia, al numero 5 l’amico
del mafioso. Così Mirello è entrato
trionfalmente a Palazzo Madama, a
braccetto col suo amico e gemello Totò.
Lì i due Vasa Vasa hanno ben presto
incontrato un loro conterraneo, Renato
Schifani, uno dei forzisti più sbertucciati
dalla stampa e dall’opinione pubblica
per il servilismo berlusconiano dimostrato
in 12 anni di carriera parlamentare
(arrivò a tagliarsi il riporto che gli
copriva la pelata perché Silvio, il suo spirito
guida e tricologo personale, ci teneva
tanto), almeno finché non è divenuto
presidente del Senato. Da quel momento,
l’hanno scambiato per uno statista,
come se un pigmeo issato su una sedia
diventasse un watusso e non restasse un
pigmeo su una sedia. Hanno dimenticato
che negli anni ’70-80 era socio, nella
Sicula Broker, di due tizi poi condannati
per mafia, Nino Mandalà (attualmente
in carcere con una condanna in primo
grado a 8 anni per associazione mafiosa,
ritenuto il boss di Villabate) e Benny
D’Agostino (anche lui condannato, ma
per concorso esterno, essendo il re degli
appalti mafiosi, amico di boss come
Michele Greco e legato anche a Totò
Riina). E che negli anni ’90 partecipò,
secondo alcuni testimoni, alle nozze
dello stesso Mandalà (chissà i baci,
durante e dopo la cerimonia), poi fece il
consulente del comune di Villabate,
retto da un sindaco fedelissimo di Mandalà,
con un presidente del consiglio
comunale (Francesco Campanella) poi
arrestato per mafia e pentito. A Villabate,
Schifani si occupava del piano regolatore
che stava molto a cuore al clan, ma
non riuscì a portare a termine la missione
perché il comune fu sciolto non una,
ma due volte per mafia. Tutto archiviato,
tutto rimosso, tutto evaporato, al punto
che Renato, al momento dell’elezione,
ha ricevuto applausi scroscianti dal Pd
(Mirello capo-clacque) e addirittura un
bacio da Anna Finocchiaro, siciliana
anche lei, promossa capogruppo del Pd
al Senato per premiarla dei fiaschi elettorali
raccolti nell’isola (dove ha trascinato
il centrosinistra al minimo storico
del 30 per cento, 11 punti in meno di
quanto ottenuto due anni fa da Rita Borsellino).
E così, col bacio di Annuzza a
Renatino, i Vasa Vasa salgono a tre (quattro
con quello passivo, Schifani).
Ma non sono ancora finiti, perché qualche
giorno dopo s’è affacciato a Palazzo
Madama per ottenerne la fiducia un
quinto Vasa Vasa. Un Vasa Vasa in erba,
al Plasmon: Angelino Alfano, agrigentino
come Cuffaro, divenuto a 38 anni
ministro della Giustizia. Già segretario
particolare di Berlusconi, di cui si proclama
perdutamente “innamorato”, l’onorevole
Angiolino è un fedelissimo
prima di Mannino e poi di Dell’Utri e
Schifani, molto vicino anche a Comunione
e liberazione. Ha difeso Silvio &
Marcello perseguitati dalle toghe rosse e
l’estate scorsa votò addirittura contro le
dimissioni di Previti dal Parlamento, per
far capire che si può essere addirittura
più previtiani di Cesarone. Un giorno
commissionò ai giornali locali un sondaggio
da cui risultò che il 70 per cento
dei siciliani moriva dalla voglia di andare
a cena con lui. Anche quelli che non
l’avevano mai sentito nominare. Ma
soprattutto, secondo La Repubblica, fu filmato
nel 2002 mentre baciava un anziano
signore, tal Croce Napoli, al matrimonio
della di lui figlia. Sempre secondo
La Repubblica, Croce Napoli era il
boss mafioso di Palma di Montechiaro.
Ma naturalmente Alfano ha precisato di
non sapere chi stesse baciando e di essere
stato invitato dallo sposo. Anche lui è
fatto così: bacia a caso, come capita. E’
un Vasino Vasino. E si sa, in politica, se
non hai baciato almeno un picciotto,
non ti prendono in considerazione.
Dunque, anche se non fosse vero che
Croce Napoli era un mafioso, ad Angiolino
conviene lasciarlo credere. Altrimenti
finisce che Berlusconi ci ripensa e
gli leva la Giustizia.
Annunci

0 Responses to “Schifani Renato “Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici” (12 settembre 2003)”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


Senso

" ... perchè sopprimere un ideale soffoca il pensiero, esprimerlo senza regole lo rende innocuo ! "

Al giorno d’oggi

giugno: 2008
L M M G V S D
« Mag   Lug »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Post più letti

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: