23
Mar
08

il pil e robert kennedy

Per iniziare vi auguro Buona Festa della Resurrezione.
Oggi quaggiù in Spagna termina la Semana Santa. Da Lunedì tutti i giorni nelle grandi città (per prima Siviglia) così come nel più sperduto “pueblo” si incrociano processioni con carri iconografici rappresentanti i Santi e le Madonne protettori. Un amore osannante per il credo religioso che fa apparire questa nazione un po retrò e che mal si accosta con il consumismo sfrenato che sta inghiottendo letteralmente tutto.
Per dirvi che le contraddizioni non ci sono solo da noi. Il fantasma americano con le sue regole di vita moderna sta trovando proseliti ovviamente anche nella penisola iberica con risultati, purtroppo, soddisfacenti.
Mi volevo soffermare su un singolare discorso riportato qualche giorno fa in una mail del blog di Grillo fatto da Robert Kennedy nel 1968:
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”
Un pensiero sicuramente nobile che, detto da un politico ucciso, ottiene ancora maggior valore (non mi chiedete perchè ma dipende dall’influenza che hanno i deceduti per arma da fuoco nella nostra società). Un pensiero che, però, non mostra in alcun modo altre possibilità di valorare un paese. Sicuramente può fornirci indicazioni per chiarirci che il PIL non è il parametro ottimale per verificare la “felicità” dei cittadini ma non aiuta a scovarne un altro.
Forse sarebbe stato utile mettere al lavoro un equipe di sociologi atti a definire un parametro che permettesse di valutare il grado di soddisfazione che i cittadini di uno stato possiedono. Ma credo che questo sia già stato fatto ad oggi e quindi il bel discorso di R. Kennedy risulta obsoleto seppur coinvolgente.
Sicuramente in una tale classifica si scoprirebbe che i paesi in cui i cittadini “vivono meglio” sono quelli scandinavi (computo Svezia, Norvegia e Danimarca) dove sapete perfettamente come lo stato sia assistenzialista al massimo ma allo stesso modo come le ditte private operino ad altissimi livelli e come l’imprenditorialità nelle nuove tecnologie abbia permesso di esser concorrenziali alla altra grande realtà economica mondiale, quale gli USA.
Sono convinto che un po’ di pionierismo “equilibrato” nel finanziamento delle progettualità giovanili nell’ambito della New tecnology (la Microsoft è nata in un garage) nel nostro paese permetterebbe a molti trentenni neo milleuristi e laureati di fronteggiare le difficoltà molto più facilmente magari ottenendo anche delle ottime soddisfazioni.
(la Spagna che in tale frangente è OUT in quanto non dà finanziamenti alle giovani idee ha visto comunque sviluppare al suo interno un progetto da parte di due appassionati di software di Barcellona che hanno creato uno strumento che riproduce i liquidi meritevole addirittura di un premio OSCAR!!!).
Quindi per concludere vi allego una lettera di un ricercatore italiano , “obbligato” a sopravvivere nei “cantieri di ricerca” italici a prezzi da fame!!!
“desidererei farti conoscere lo stato attuale ben noto della ricerca scientifica italiana, fondata sul vero e proprio sfruttamento dei giovani ricercatori assoldati presso Università, Centri di Ricerca Nazionali e Europei presenti sul territorio italiano. Ne sono dentro fino al collo insieme a centinaia di altre persone che non avrebbero nulla da obiettare sul testo di questa e-mail.
Come è ben noto la nuova classe di laureati nelle materie scientifiche, oltre che a trovarsi nel paese dove gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa e i costi della vita tra i più alti, è sottoposta ad un vera e propria umiliazione: 800 euro/mese per i giovani dottorandi di ricerca (fascia dai 25 ai 30 anni per i migliori studenti), e 1200 al mese per assegnisti di ricerca post-dottorato (fascia dai 30 anni in su) finché la speranza di essere impiegati per lo meno a tempo “determinato” (1500 al mese, verso i 35-40anni) non si consuma tra le promesse di un politico o dell’altro in campagna elettorale. Per l’ottenimento di un posto a tempo indeterminato presso l’Università o il CNR oltre alla consueta raccomandazione, si deve addirittura attendere mediamente fino ai 40-45 anni, età in cui l’andropausa inizia a farsi sentire.
Per tutto questo mi piacerebbe intraprendere una class action contro lo Stato Italiano il quale, come in Cina, si appiglia allo sfruttamento “maggiorile” della popolazione di giovani scienziati italiani che sono quindi costretti nella maggior parte dei casi (e come è ben noto) a emigrare all’estero dove le favorevoli condizioni della ricerca sono ben note ormai da 50 anni
Il non riconoscere affatto l’alto livello di formazione scientifica faticosamente conseguito e gli onerosi impegni presi per supplire a un vero stato di indigenza, soprattutto nel corso degli anni di studio universitario nei quali sono i genitori a prendersi carico delle nostre spese, dovrebbe tramutarsi in un dignitoso riconoscimento in sede di lavoro post-lauream.
Attribuire inoltre uno scarso valore al merito, sia nel caso di risultati scientifici acquisiti, sia nel caso di veri e propri prodotti realizzati creati per la vendita, sia nell’aiuto pratico fondamentale fornito per portare avanti progetti di ricerca europei strategici per la crescita e lo sviluppo scientifico ed economico del paese debilita lo stato morale, psicologico e fisico delle persone che lo subiscono.”
Domani vi spiegherò quale strumento hanno trovato gli USA oramai da anni per sviluppare l’imprenditorialità giovanile nel campo della ricerca e dello sviluppo.
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