09
Gen
08

Siamo veramente sepolti dalla spazzatura?

Quà dai lidi Spagnoli (dove l’aria è più calda e tutto “sembra” migliore… ma non pensiate che lo sia)
mi interrogo sulla nostra nazione, la beneamata ed idolatrata dal Benigni nazionale pochi giorni or sono per le sue indubbie invenzioni del “passato” che l’hanno resa “opera da museo” e per questo preda di turisti osannanti ma anche di una folle e quanto mai spietata regrettezza architettonica.
Mi interrogo sul suo futuro perchè è quello su cui vivranno i nostri figli e perchè se siamo stati così capaci in passato non è per niente detto che lo si possa essere anche nel futuro. Sapete che è molto meno producente viver sugli allori dei padri che non rimboccarsi le maniche e …!
Mi interrogo non tanto sull’immagine che stiamo dando adesso all’estero (in fin dei conti chi se ne frega) ma piuttosto sulla fotografia attuale di un Italia vittima di se stessa, del suo autocompiacersi, del suo credere di esser al centro di un mondo che (non me ne vogliano i neopacifisti) è diventato globalizzato (e quindi senza un centro!!!!), del suo autolesionismo smaccato e della sua storia.
Mi interrogo. Ma nella mia ignoranza nn riesco a trovare soddisfacenti risposte.
Qualche riflessione che potrà condurci da qualche parte bhè… quella si incontra e qui sotto ve ne propongo una…
“E’ “sfinita” nei rifiuti la Seconda Repubblica? O la Prima, in fondo in fondo, non è mai finita?”.
ADDIO SECONDA REPUBBLICA
di Pierluigi Battista

Sepolte sotto una montagna di rifiuti, giacciono le spoglie della Seconda Repubblica. Il sogno infranto del «grande cambiamento » lascia le sue scorie nella discarica della vergogna. Marciscono le promesse e i sogni fioriti quindici anni fa. E si chiude nel peggiore dei modi la chimera di un fantastico «nuovo Rinascimento »: non solo la sigla magniloquente di un esperimento che ha trovato in Antonio Bassolino il suo profeta, ma la presunzione fatale di un ciclo politico che avrebbe dovuto archiviare per sempre i fantasmi di un Medioevo chiamato Prima Repubblica. Tutto seppellito nel caos e nelle fiamme della
jacquerie napoletana, mentre l’Italia della Seconda Repubblica prende la forma dei cumuli di spazzatura che le tv di tutto il mondo trasmettono come simbolo umiliante del nostro Paese. Altro che Rinascimento italiano.

Persino le date parlano di un fallimento. È comprensibile che Bassolino non voglia arrendersi all’idea feroce di passare come il capro espiatorio del disastro di questi giorni. Ma è proprio nella sua figura che si compendia la vicenda delle speranze e delle disillusioni nate nella Seconda Repubblica. Nell’autunno del ’93 (esattamente quindici anni fa, appunto) la sua elezione al ruolo di primo cittadino di Napoli venne salutata come un nuovo inizio di salvezza nazionale. Nacque la stagione dei sindaci direttamente eletti dal popolo. Si inaugurò l’era dell’ammirazione per il «partito dei sindaci», capaci di scavalcare le oligarchie obsolete del passato grazie a un caldo rapporto personale e carismatico con gli elettori. Per completare il grande cambiamento annunciato dal crollo dell’ancien régime, Mario Segni coniò l’immagine suggestiva del «sindaco d’Italia», risolutore illuminato dei problemi italiani, figura che incarnasse la fiducia dei cittadini nelle istituzioni rinnovate e depurate dalle miserie di un passato coralmente ripudiato. Bassolino era il «nuovo » sindaco per eccellenza, il riscatto dalle infamie di una Napoli che la vecchia politica aveva consegnato alle rapaci mani sulla città denunciate da Francesco Rosi, all’epidemia di colera del ’73, al malaffare della ricostruzione post terremoto.

Ecco perché l’immondizia che soffoca Napoli appare come un crudele contrappasso destinato a travolgere nella desolazione e nell’indignazione l’immagine del suo Sindaco per antonomasia. Era il «nuovo» della Seconda Repubblica e il fetore dei sacchi di monnezza ne ha distrutto l’incanto. Ha ragione Raffaele La Capria: le piramidi di rifiuti stavano raggiungendo la cima del Vesuvio e intanto la Seconda Repubblica si contemplava come Narciso nel suo presuntuoso nuovismo tutto immagine, tutto comunicazione, tutto pubbliche relazioni e autopromozione.

Ma Napoli è solo la versione macroscopica di un caso italiano senza redenzione. Quindici anni in cui sono nate Bicamerali per le riforme, si sono vagheggiate senza requie assemblee costituenti, si sono invocati confronti costruttivi tra gli schieramenti, ma che ancora non sono stati sufficienti per trovare un minimo accordo su una legge elettorale decente e condivisa. Quindici anni trascorsi a discettare sull’«anomalia» italiana, senza che un solo passo concreto abbia provveduto a sanarla.

Quindici anni che non sono bastati a smaltire l’ebbrezza della «rivoluzione giudiziaria » che travolse nel disonore la Prima Repubblica, sperando senza confessarselo che i giudici potessero completare il lavoro a danno del nemico politico: salvo accorgersi troppo tardivamente che a Napoli la magistratura nulla sa dello scandalo della spazzatura che oscura il Vesuvio ma in compenso si prodiga alacremente per sciogliere il mistero delle vallette raccomandate. Quindici anni vissuti nell’ossessione di Berlusconi, convinti che con la sua eventuale uscita di scena i problemi si sarebbero dissolti, che la spazzatura si sarebbe smaterializzata, che la buona amministrazione avrebbe trionfato in virtù di una supposta superiorità morale. Quindici anni a maledire i vecchi partiti, i rimasugli che ne restavano, gli apparati impegnati ad arrestare il luminoso avanzamento del «nuovo », del puro, dell’incorrotto e dell’incorruttibile.
Nell’incendio appiccato a Napoli si assiste così a un gigantesco falò delle vanità che, con un’estensione molto più tragica di quello raccontato da Tom Wolfe, incenerisce l’ideologia autoconsolatoria della Seconda Repubblica. Si spalanca una voragine tra le promesse e le realizzazioni, tra i propositi e i risultati. Ma questa non sarebbe una novità. È nuova invece, e sconvolgente, la rivelazione della spaventosa vacuità di quel discorso ideologico. Un’ideologia, una retorica, un lessico che hanno sostituito la realtà, trascinando nell’autocompiaciuto rigetto del passato ogni esame serio dei mali che avevano messo la pietra tombale sulla Prima Repubblica. Hanno degradato la politica all’arte dell’apparire e del proclamare, rinviando sine die ogni soluzione credibile. È più di una delusione: è la scoperta di un bluff durato quindici anni. Anche nei primi anni del dopoguerra democratico presero forma potenti correnti di delusione, di scoramento, persino di rimpianto nostalgico per l’Italia del vecchio regime. Ma la Repubblica democratica tenne, perché poggiava su qualcosa di solido e conservava ancora il senso di una missione comune, malgrado la Guerra fredda e la spaccatura dei blocchi contrapposti. Oggi invece, sotto la spazzatura il nulla. Solo la fine del personalismo plebiscitario surrogato di leadership autentiche, le bandiere oramai stinte del «sindaco d’Italia», la stanchezza per un bipolarismo astioso, inconcludente e intontito dai suoi propri annunci. Il de profundis della Seconda Repubblica, e della sua fascinazione oramai corrosa dal tempo. Delegittimata dal confronto con i successi altrui. Svuotata dal dubbio che nel mondo la «nuova» Italia stia perdendo la partita decisiva, resa per noi impraticabile da un mare di spazzatura.

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