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01
Giu
08

“Ogni società ha il tipo di criminali che si merita”, Robert Kennedy Tribute

Robert Kennedy nacque il 20 Novembre 1925.
Robert Kennedy si sposò nel 1950 ed ebbe 11 figli.
Robert Kennedy fu ministro della giustizia sotto la presidenza del fratello John fino al suo assassinio.
Robert Kennedy era contro la guerra del Vietnam ed era per la completa integrazione fra bianchi e neri.
Robert Kennedy durante la sua campagna per le presidenziali del 1968 ricevette l’appoggio dei pacifisti, dei non violenti, dei neri. Il 4 Aprile 1968 annunciò in un comizio pubblico la morte di Martin Luther King di cui condivideva pensiero e battaglie affermando :”Amore, saggezza, solidarietà per coloro che soffrono, giustizia per tutti, bianchi e neri.”
Robert Kennedy venne assassinato il 4 Giugno di quello stesso anno e morì due giorni dopo.
 
Il suo feretro, dopo il funerale celebrato a Manhattan alla San Patrick cathedral, venne posto su un treno per raggiungere il cimitero di Arlinghton dove riposava suo fratello John.
Durante quel tragitto un fotografo immortalò in più di 2000 scatti il popolo americano che omaggiava un futuro grande presidente. 

 Nell’immagine che riporto, un intera famiglia, probabilmente di contadini delle campagne limitrofe a New York, in un gesto di dignità assoluta, in ordine di altezza come se fossero ad una parata militare, rende l’ultimo saluto ad un uomo probabilmente unico.
Nel vedere questa immagine e le altre il mio cuore si riempie di dolore e di sofferenza ma, allo stesso tempo, di fortissima ammirazione. Era il 1968, son passati 40 anni da quei giorni, e credo che sia proprio da quelle immagini e da quella storia che bisogna trarne insegnamento.
C’è una nobiltà in questa famiglia povera che le nostre case raffinate, le nostre macchine lussuose, la nostra cultura contemporanea non riescono nemmeno a imitare. C’è una dignità ed una forza mastodontica nel semplice gesto di omaggiare una personalità che non può, oggi, farci restare indifferenti.
Bob Kennedy ed il suo fratello John erano persone illuminate. Dalla forza dell’amore. Bob nei suoi discorsi pubblici durante la campagna elettorale poneva l’accento sul fatto che dovessero essere la compassione e l’amore a farci comprendere il mondo. 
 

Bob avrebbe cambiato veramente il mondo? Lo avrebbe reso oggi un posto migliore? Sicuramente avrebbe insegnato a milioni di persone, generazioni e generazioni di uomini di potere successive, quali dovessero essere i valori su cui si basa una politica di governo. Non gli è stato dato il tempo e neppure l’opportunità. Un macigno insostenibile che ha cambiato il nostro tempo.
 
Qui sotto riporto l’articolo di Mario Calabresi sull’intervista fatta a Paul Fusco, fotografo di quel “Funeral Train”.
 
 
L’uomo che rinunciò a fotografare Bob Kennedy da vivo, che abbassò l’obiettivo per timidezza e cortesia, sarebbe stato l’unico capace di raccontare il lungo addio che il popolo americano gli tributò per 328 chilometri di ferrovia in un sabato pomeriggio del giugno 1968. Paul Fusco aveva trentotto anni quel giorno, quando il feretro di Robert Francis Kennedy partì da Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito da un proiettile al cuore mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John. 

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre, era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. “Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini”.

 

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. “Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

 

Scattò quasi duemila fotografie, fino ad oggi ne conoscevamo soltanto cinquantatré, ma ora dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento. Il reportage di Paul Fusco è uno dei più emozionanti ritratti del popolo americano mai fatti, un documento che commuove e indigna.

“Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.

 

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta”".

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C’è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio.

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere”. I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

“La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”.

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero – gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale – ma ora cosa faranno?”.

Look magazine non pubblicò nessuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima con le foto della morte e dei funerali; allora a Look decisero di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio. Ci rimase per tre anni, finché la rivista non chiuse per una crisi economica e di pubblicità, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

Da quel momento nasce l’interesse intorno al “Funeral Train”. “Il nuovo direttore dell’ufficio di Magnum non può credere che quella storia sia stata chiusa in archivio per tre decenni: “Ma perché siete stati seduti su questo lavoro per tutti questi anni?”. Fa preparare un portfolio e lo manda in Europa. Una famosa galleria londinese organizza la prima mostra, la Xerox stampa un libro in edizione limitata di trecento copie. Poi nel Duemila diventa un volume che viene pubblicato in tutto il mondo. Chiedo che le foto siano stampate solo sulle pagine di destra perché i lettori non devono muovere la testa, ma restare immobili, girare solo la pagina e veder scorrere le facce come se fossero anche loro dietro il finestrino del treno, accanto al feretro di Bobby”.

Fusco ricorda quando la mostra venne esposta alla prima edizione di FotoGrafia, il Festival internazionale di Roma: “Era stata allestita alla stazione Termini, la gente scendeva dai treni e se la trovava davanti, fu un’idea bellissima e geniale”.

Quando Look fallì, in cambio della benevolenza del fisco il proprietario decise di donare tutto l’archivio alla Libreria del Congresso: cinque milioni di foto presero la via di Washington. “Anche i miei scatti finirono là. Due anni fa il gallerista James Danziger è andato a cercarli e ha trovato le altre milleottocento foto. Erano inedite, nessuno le aveva mai viste. Eccitatissimo mi ha chiamato e mi ha convinto a fare un nuovo libro e una mostra con lui, che inaugurerà alla fine di questa settimana a New York”.

Paul Fusco non ama l’America di oggi, abita fuori New York e fa una vita ritirata. “Il Paese è diviso, pieno di battaglie, bugie e falsità e la politica pensa solo ai ricchi. Bobby era diverso. L’avevo incontrato una volta. Ero in Messico, ad Acapulco, per fare un servizio sul paese che si preparava alle Olimpiadi del ‘68. La giornalista con cui lavoravo, si chiamava Laura, venne a sapere che c’erano Ted e Bob Kennedy, li conosceva e mi convinse ad andare a cercarli. Trovammo la villa dove erano ospiti ed entrammo. Io ero imbarazzatissimo, non ho mai attaccato la gente con la macchina fotografica, ho sempre cercato di scattare con gentilezza senza invadere, senza creare reazioni di fastidio. Laura cominciò a dire: “Paul scatta, fai una foto”, ma Ted si infastidì e ci chiese di andare via: “Siamo in vacanza, lasciateci tranquilli: via di qui”. Io mi sentii umiliato per l’intrusione e me ne andai immediatamente. Tornato in albergo mandai una lettera di scuse a Bobby e lui mi rispose ringraziandomi e dicendo che era stato “magnifico” conoscermi. Rimasi impressionato dalla sua cortesia. A casa, da qualche parte in mezzo alle carte conservo ancora quel biglietto. Ho tenuto tutto”.

Paul Fusco era venuto a Manhattan per fare questa intervista, gli dispiace che dopo “solo” tre ore sia finita. Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quarant’anni”. E ride strizzando gli occhi azzurri a fessura.

30
Mag
08

In risposta ad una logica preoccupazione.

In risposta ad una mail di Lorenzo che manifestava la sua chiara attuale preoccupazione per le azioni estremiste che si stanno manifestando, ad oggi, in Italia.

    L’Italia è seriamente in pericolo. Se prima lo era economicamente adesso vedo anche una destabilizzazione civile difficile da risolvere. Sai che non sono i governi la soluzione. Perchè tanto si occupano del loro orticello e non di certo di uno stato che oramai o risorge da solo o non potrà altro che vedersi piano piano autoimplodere. La mia paura è oggettiva, reale. Da molte parti ci si ribella contro un assetto che è seriamente pericoloso. E’ la libertà dell’individuo ad essere messa in serio pericolo. E’ il nostro tentativo che va avanti da anni di creare una società civile e multietnica che sta miseramente fallendo. Io non sono favorevole a rendere la vita semplice ai malfattori. Ma sono per condannare coloro che veramente lo sono, a prescindere da sesso, razza o estrazione sociale. Si chiamava giustizia quando studiavo ancora sui banchi di scuola. Ecco, quello che mi rattrista è vedere gli estremismi salire alla cronaca per le azioni di violenza. Per me gli estremismi esisteranno sempre , è qualcosa di intrinseco in una società fatta di uomini liberi, ma non posso giustificare che venga loro permesso di diventare legge senza dialogo solo con l’uso della forza, della violenza. Il Preside Della Facoltà di lettere della Sapienza di Roma, dopo essere stato ieri “recluso” per 20 minuti nel suo studio da un azione dimostrativa Violenta portata avanti da 100 “facinorosi” , ha spiegato chiaramente che il dialogo e l’espressione attraverso la “parola” di qualsiasi estremismo devono essere permesse perchè possano diventare frutto e spunto di riflessioni. Purtroppo quei liceali vagabondi a cui ho insegnato io 5-10 anni or sono, adesso frequentano le università. Sono persone svogliate, con poca cultura alle spalle, poco capaci anche di mettersi davanti a qualsiasi lettura socio-politica illuminata, figli di velinaggi, maurizio costanzi, maria defilippini, eccetera eccetera. Sono frutto degli errori dei padri e degli insegnanti 68ini (senza fare di tutta l’erba un fascio naturalmente!), sono vittime dell’assenza di ideali e quindi bandiere al vento del primo infervorato fanatico!!! Cosa ci possiamo aspettare da un governo giustificato da un voto popolare ineccepibile che come prime proposte di legge rivendica il salvataggio di Rete4, la apertura incondizionata di termovalorizzatori con la protezione dell’esercito (su cui noi abbiamo già apertamente parlato, ma noi cazzo loro no!), il protezionismo dei suoi associati? Lo sapevamo già prima che Veltroni era il male minore, perlomeno è un’amante del “bello” inteso come forma artistica. Adesso bisogna pregare, e molto, perchè non ci si ritrovi tra pochi anni con un paio di mosche nel portafoglio e con le pistole in tasca come gli americani! Temo per la vostra libertà fratello! Io nel mio piccolissimo, come già dissi a suo tempo, raccoglierò informazioni veritiere e cercherò di informarvi attraverso questo mezzo eccelso che è la rete (fino a che, come in Cina, non censureranno anche questa). La mia speranza è che in pochi anni anche la lavandaia di Bressanone o il giudice di Biella possano leggere la verità in rete (frase grilliana). Ecco, a quel punto, forse, una rivoluzione ideologica sarà anche realizzabile. Per adesso incrociamo le dita!

29
Mag
08

Reato di clandestinità?

Oggi voglio raccontarvi del modo subdolo con cui vengono trattate le novità politiche nel nostro caro paese.

Di grande moda pochi giorni fa è stato il dibattito acceso su il così definito Reato di Clandestinità! Ebbene andiamo a leggere quanto previsto dal ddl e pensiamoci su:

” Ingresso illegale nel territorio dello Stato. Lo straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni della legge Bossi-Fini è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e deve essere obbligatoriamente arrestato e processato per direttissima.”

Come si nota può essere arrestato colui che entra nel nostro territorio, proprio durante l’atto di entrare. Quindi se uno non viene colto sul fatto può tranquillamente dire che sta in Italia da 2 giorni, 3 mesi 5 anni e quindi NON può essere arrestato. Quindi gli eventuali fantomatici processi per direttissima non avrebbero ragion di esistere per questo caso, in quanto uno alla frontiera può rimandare tranquillamente indietro il “pericolosissimo” straniero!!!

Questo per farvi capire che vi raccontano le cose in maniera diversa da come in realtà sono. Servono come banale specchio delle allodole per mascherare ciò che in verità merita maggiore attenzione e che, invece, risulta nascosto, subdolo, meschino.

La situazione sta peggiorando sempre di più e bisogna stare attenti all’informazione. C’è pericolo di regime? Non credo che ce ne possiamo accorgere, perchè ci siamo dentro da tempo, da troppo tempo.

Riparto con informarvi ma spero che anche voi facciate lo stesso da soli.

Mat

15
Mag
08

«A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».

«A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura»
Difficilmente in un paese non civile questa frase potrebbe aver senso. Si perché se la civiltà fosse stata stravolta da una dittatura, da un regime, ben pochi “puri” avrebbero la possibilità di esprimersi.
Son convinto che il giornalista Travaglio si definisca un puro. E così effettivamente appare agli occhi (talvolta preventivamente ammaliati) di chi lo osserva. Questo uomo gracile con gli occhi furbi che cadenza minuziosamente le parole senza far presagire alcun disturbo, alcun rancore, alcun istinto rabbioso.
Se la sua “purezza” è tale allora il nostro è ancora un paese in cui un “regime” non si è stabilito, in cui ancora la libertà di espressione è garantita così come quella di satira, di stampa e di libera aggregazione. Se la sua “purezza” è tale però deve pur esserci quindi qualcuno più puro (perché degli scheletri nell’armadio tutti li nascondono, chi più chi meno) che epura .
Bene, accettiamo questo fatto ma, certo non possiamo certo credere che il “piùpuro” sia Anna Finocchiaro, o Follini, o Gasparri. Possiamo credere che esista un giornalista che possa denunciare Travaglio e che possa permettersi di farlo dalle testate di un giornale. Possiamo credere che costui epuri e che sia più puro. Possiamo crederci perché dobbiamo crederci. Perché la sua esistenza permetterebbe di confermare che il nostro è un paese veramente civile.
Ebbene: io non credo che Travaglio sia il piùpuro, ma tanto meno credo che uno piùpuro possa scrivere liberamente su una testata come Repubblica senza che il suo armadio sia abbastanza pieno di scheletri da nascondere benbene.
I giornali insistono vivamente sul termine querela “Trattasi di una dichiarazione mediante la quale un soggetto, sia di persona che per mezzo di un procuratore speciale, manifesta la propria volontà perché si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato. La querela è molto importante perché è requisito principale per la persecuzione di reati non perseguibili d’ufficio.” Ebbene: in un sistema giudiziario dove le carte seppelliscono processi per stupro, liberano assassini per decorrenza di termini e via dicendo. Beh: aumentare l’entropia dei tribunali non credo sia un bell’esempio. Vedi Schifani, Travaglio, ecc. ecc. ecc.

I giornali insistono costantemente sul termine querela “Trattasi di una dichiarazione mediante la quale un soggetto, sia di persona che per mezzo di un procuratore speciale, manifesta la propria volontà perché si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato. La querela è molto importante perché è requisito principale per la persecuzione di reati non perseguibili d’ufficio.” Ebbene: in un sistema giudiziario dove le carte seppelliscono processi per stupro, liberano assassini per decorrenza di termini e via dicendo. Bhè: aumentare l’entropia dei tribunali non credo sia un bell’esempio. Vedi Schifani, Travaglio, ecc. ecc. ecc.

 

13
Mag
08

Per concludere con “l’affaire Schifani”

“il video è tratto da youtube e le scrittine finali non sono opera mia!”

Vi suggerisco l’articolo riportato da El Pais (periodico nazionale spagnolo) in cui si analizza la biografia di Renato Schifani.
 
Alla fine dell’articolo, su sfondo più scuro, potete facilmente leggere (anche chi non sa lo spagnolo lo capisce benissimo):
 
” Su nombre, en cambio, ha sido relacionado por la prensa italiana con la criminalidad organizada siciliana, ya que en los años ochenta fue socio de una compañía en la que también figuraban Nino Mandalà, jefe del clan mafioso de Villabate, y de Benny d’Agostino, empresario ligado al histórico dirigente de la Cosa Nostra, Michele Greco.”
 
Questo è il link integrale : http://www.elpais.com/articulo/internacional/Schifani/colaborador/Berlusconi/nuevo/presidente/Senado/italiano/elpepuint/20080429elpepuint_17/Tes
 
Volevo sottolineare che io non ho niente contro il nostro On. Schifani. Io accuso la repressione intellettuale che esiste in Italia in cui si possono scrivere libri (che intato gli Italiani non leggono) ma non si possono leggere stralci di essi in televisione (perchè intanto gli Italiani guardano!).
 
Come giustamente accusa Grillo,a questo punto, perchè non dichiariamo guerra alla Spagna che si è permessa di “oltraggiare” il nome della nostra seconda carica dello Stato?
 
Io aspetto il Mio esercito con le mani raccolte perchè la parola quaggiù vale ancora qualcosa!

11
Mag
08

Biografia breve di Schifani Renato

Schifani Renato Giuseppe (FI)
Anagrafe: Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Segni particolari: Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le “cinque alte cariche dello Stato” (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani “il principe del Foro del recupero crediti”, anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta:

il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonio Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d'anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate.

11
Mag
08

E poi non ditemi che non ve lo avevo detto !!!!!!

Giorni or sono vi avevo parlato in dettaglio delle antiche collusioni della nostra seconda carica dello Stato (Renato Schifani) con personaggi oscuri (per dettagli andate a leggervi il libro del giornalista Lirio Abbate).
Ieri una voce si è alzata dallo studio “ingessato” di Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio.
Il Travaglio di turno ha solo sottolineato una realtà “CONCRETA” dei fatti. Travaglio ha solo parlato della realtà e, ovviamente, nel nostro Paese la verità fa Paura come un macigno.
 
Renato Schifani è agli atti societari della Sicula Brokers fondata da lui, Enrico La Loggia, Mino Mandalà, condannato come boss mafioso, e Benny D’Agostino, condannato per concorso esterno.
 
Questi CAZZO sono i fatti, non è un racconto avveneristico Berlusconiano ne tantomeno una favola della buonanotte Veltroniana.
 
Voi sapete spero che non si crea una società in due giorni. Che non si crea una società con degli sconosciuti. Che una società prevede degli affari tra i soci.
 
Ebbene: cosa c’è di grave a chiedere al Signor Schifani che è stato nominato Presidente Del Senato che tipo di rapporti aveva con i suoi Soci?
 
Solamente per il fatto che i loro soci sono stati condannati per un reato di collusione e concorso con la mafia (e non con gardaland)?
 
Sottolineo poi il fatto che il giornalista Lirio Abbate (di cui sopra) è stato più volta idolatrato per le sue lotte contro le cosche mafiose proprio da coloro che oggi accusano Travaglio di aver diffamato la seconda carica dello Stato.
 
Credo che dobbiate avere paura italiani del regime in cui vivete!
 
Continuo a ripetermi che i nostri nonni avrebbero preso bastoni e piccozze e sarebbero andati a scacciare questi delinquenti che si professano governanti.
 
Io, codardamente, son scappato ma voi non seguite il mio esempio ma LOTTATE!!!
 
Fazio stasera (domenica 11 maggio 2008 ) si scuserà per le parole del suo ospite. Il regime sta tornando…
 
 
MAT
03
Mag
08

S.Rushdie e R. Saviano, un incontro.

Ci sono storie di uomini che vale la pena che vengano narrate. Perchè ci insegnano qualcosa. Perchè parte del loro racconto ci resta dentro, impresso a fuoco nel cuore. Ci permette di crescere, di maturare, di assaporare la nostra vita quotidiana, di capire che a prescindere da tutto siamo degli eletti anche nella nostra semplice e smaccata semplicità… che non è mai banale.
La vita di uomini che stanno lottando per quello che, secondo il mio modesto parere, è ancora il più grande valore: la libertà.
Le sue forme, i suoi colori, le sue mille traduzioni non cambiano il suo profondo concetto.
Non sentiamoci mai completamente liberi! Perchè se ragioniamo attentamente abbiamo tutti delle gabbie, ognuno di noi ha delle catene. Reali o mentali quello non conta. Alcune di esse ce le creiamo per autodifendersi altre ce le creano gli altri.
Bene: io dico che dobbiamodi lottare contro le limitazioni alla nostra libertà che ci vengono imposte, e soprattutto bisogna cercare di scovare che non percepiamo. Perchè sono le più pericolose, le più subdole!
 
Vi riporto il racconto di un incontro esemplare. Fra due uomini che hanno perso la libertà di vivere, perchè scrittori liberi, perchè vittime delle loro idee.
 
Sto parlando di Salman Rushdie e del nostro Roberto Saviano.
 
A loro dedico la mail odierna sperando che questo racconto del loro incontro vi alimenti l’anima come ha fatto a me.
 
Mat
 
 
SALMAN Rushdie, 60 anni, romanziere angloindiano, condannato a morte dall’Ayatollah Khomeini per aver scritto nel 1988 I versi satanici: più di dieci anni passati nascondendosi, viaggiando su auto blindate, con otto uomini di scorta.

Roberto Saviano, 28 anni, giornalista e scrittore napoletano, vive blindato da 19 mesi, cambiando continuamente domicilio da quando si è scoperto un progetto per eliminarlo del clan camorristico dei Casalesi. La sua colpa? Aver scritto il libro Gomorra, tradotto in 42 Paesi.

Salman Rushdie si avvicina a Roberto Saviano, gli sorride, si presenta, lo abbraccia e subito gli chiede: “Hai la scorta anche qui?”. “Sì, me l’ha data l’Fbi: tutti agenti italoamericani si occupano di mafia e traffici internazionali”. “Io invece non ho più la scorta, qui in America sono tornato ad essere un uomo libero”.

Inizia così, con un incontro casuale in una casa privata, un lungo dialogo che parla di vite rubate, della paura, della solitudine, delle minacce, della libertà di scrivere e della speranza di recuperare una vita normale. Saviano ha un girocollo di lana blu, i jeans e le scarpe da tennis. Rushdie una giacca scura con un golf grigio e un paio di scarpe nere. Sono entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices. I due parlano fitto come si conoscessero da tempo, si mettono in un angolo, come non volessero disturbare con le loro storie angosciose. In mezzo a loro una gallerista newyorkese, Valentina Castellani, che si trova a fare per caso da traduttrice.

Rushdie ha conosciuto Gomorra grazie a un suo amico napoletano, il pittore Francesco Clemente, e aveva mandato a Saviano una mail di solidarietà quando aveva saputo delle prime minacce.


È lui a dare il ritmo al dialogo, lo tempesta di domande, vuole capire se quel ragazzo che ha davanti sta ripetendo esattamente il suo calvario.

Saviano: “Alcuni hanno paragonato le nostre vite: un libro ci ha condannati a vivere sotto scorta, condannati a morte. Ma io vedo una differenza fondamentale tra noi: tu sei stato minacciato per il solo fatto di aver scritto, nel momento in cui hai pubblicato è arrivata la fatwa. Per me è stato diverso, quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me”.

Rushdie: “No, invece penso che alla fine sia la stessa cosa, comunque ti hanno preso di mira perché hai scritto qualcosa che non volevano, che ha dato fastidio”.

Poi però Rushdie si blocca, si incuriosisce, vuole sapere di più: “Ma perché, davvero all’inizio non hai avuto problemi?”.

Saviano: “No. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene, anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano”.

Rushdie si mette a ridere e dice: “Magnifica l’idea che un mafioso si metta a fare l’editing di un libro. Mi fa venire in mente una cosa incredibile che è accaduta al giornalista indiano Suketu Mehta. La prima volta che è tornato a Bombay, dopo aver scritto Maximum City, è stato chiamato dai gangster mafiosi di cui parla nel libro: volevano lamentarsi con lui perché gli aveva cambiato i nomi, mentre ai poliziotti aveva lasciato quelli originali. Insomma volevano apparire ed erano dispiaciuti di non poter essere facilmente identificati”.

Saviano: “Poi però la cosa è cresciuta, si è cominciato a parlare del libro e questo ha cominciato a disturbarli. Perché fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Poi il libro ha risvegliato l’attenzione in tutta Italia e questo successo non mi è stato perdonato”.

Rushdie: “E ora come vivi?”.

Saviano: “Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un’esistenza normale”.

Rushdie: “Hai problemi solo tu o anche la tua famiglia?”.

Saviano: “La mia famiglia se n’è dovuta andare da casa e aver creato loro questi problemi mi pesa molto”.

Rushdie: “Invece io sono stato l’unico ad aver avuto una vita blindata, la mia famiglia non è mai stata minacciata e ha continuato a vivere come prima, mia madre allora stava in Pakistan e nessuno le ha mai fatto nulla. Adesso viaggi sempre sotto scorta?”.

Saviano: “Sì, in ogni momento, anche quando vado all’estero”.

Rushdie: “Anch’io sono stato scortato in Italia e ricordo una paura terribile, i poliziotti avevano sempre la pistola in mano, guidavano come dei matti e io temevo che avremmo ammazzato qualcuno. La verità è che ad un certo punto non vivi più, sei prigioniero delle minacce, di chi tu vuole uccidere e di chi ti protegge. Non ti fanno fare più nulla e ti sembra di impazzire, non sei più padrone della tua vita”.

Saviano: “A me i camorristi hanno detto: ti abbiamo chiuso nella bara senza averti ucciso. Però per me la scorta non è qualcosa che mi tiene prigioniero e isolato, ma è l’unico modo per permettermi di continuare a lavorare e a scrivere”.

Rushdie: “Devi riprenderti la tua libertà. Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo. Non succederà mai, sarai tu a doverlo decidere”.

Rushdie resta fermo in silenzio a fissarlo, vuole essere sicuro che tutto venga tradotto con cura, che il suo messaggio sia chiaro, poi ricomincia, quasi stesse dettando un decalogo di sopravvivenza: “La libertà sta nella tua testa. Io certe volte chiedevo di presentare un libro o di andare ad una conferenza ma non mi autorizzavano, dicevano che era troppo rischioso. Ma se io mi sentivo che si poteva fare allora combattevo come un leone finché non ottenevo di poterci andare. Devi riappropriarti della tua capacità di giudicare cosa puoi fare, del tuo fiuto, della tua sensibilità, non puoi appaltare tutta la tua vita ai poliziotti”.

Poi si ferma di nuovo, ha paura di aver esagerato: “Mi raccomando, non ti sto dicendo di fare cose imprudenti o avventate, non ti dico di andare a metterti davanti ad una pistola, ma di recuperare una libertà di giudizio. Io l’ho recuperata venendo a vivere qui negli Stati Uniti. Ricordo le prime volte a New York, scendevo da solo in metropolitana, camminavo nel Parco, andavo ad un museo. Poi tornavo a Londra e avevo l’auto blindata e otto uomini di scorta e mi mancava l’aria”.

Saviano: “Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei”.

Rushdie: “Anche io ho sempre pensato che avrei riscritto I Versi Satanici. Ma perché il tuo libro ha dato più fastidio di altri, come te lo sei spiegato?”.

Saviano: “Perché non è un saggio ma un racconto, è letteratura, e così ha raggiunto un pubblico molto più vasto, è stato letto da molta più gente e questo ha combinato il casino. Comunque se non riescono ad eliminarti cercano di sporcarti, di danneggiarti, di raccontare che sei un poco di buono, un’infame, che lo fai perché sei un fallito e un invidioso”.

Rushdie: “È vero, è così: ti squalificano. Per anni hanno sostenuto che io avevo scritto finanziato da lobby ebraiche, che ero il diavolo, un impostore, il male. Questa predicazione ha fatto proseliti: ci sono intere aree del mondo musulmano dove non posso andare o dove non potrei mai parlare perché ormai il pregiudizio contro di me è talmente radicato che non c’è più nulla da fare. Ma non possiamo mollare, bisogna andare avanti, continuare a scrivere, continuare a vivere”.

Saviano: “È quello che sto cercando di fare, ma certe volte è dura, vedi le calunnie e le minacce e fai fatica a pensare ad altro”.

Rushdie: “Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita”.

Saviano abbassa la voce: “Vorrei farti una domanda forse un po’ ingenua: ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere?”.

Rushdie: “Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova”.

Rushdie: “Stai scrivendo qualcosa di nuovo?”.

Saviano: “Sì, un altro libro ma non sulla camorra”.

Rushdie: “Bravo, continua a scrivere e scrivi anche di altro, anch’io ho fatto così, anche questo è un modo per non restare prigionieri. Devi recuperare una vita che non sia tutta legata a Gomorra. E poi dovresti venire a stare un po’ a New York, qui mi sono sempre sentito molto più libero che in Europa. Qui non potrebbe mai accadere che uno scrittore venga minacciato per un libro, forse perché in America nessuno pensa che la letteratura possa avere questo potere”.

È ormai tardi, si salutano. Rushdie: “Verrò a trovarti a Napoli il prossimo anno, ci sarà una mostra di Clemente e ci sarò sicuramente”.

Poi scendono insieme, in ascensore si aggiunge il romanziere inglese Ian McEwan. Quando escono dal portone Rushdie vede gli uomini dell’Fbi e allora, divertito, dice a Saviano: “Lascia a me e a Ian l’onore di scortarti fino alla macchina”. Poi, prima di chiudergli la portiera, gli ripete: “Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa”.

L’auto blindata dei federali parte veloce. Rushdie, da solo, si mette a camminare nella notte lungo il Central Park

01
Mag
08

Renato Schifani

Carissimi
 
sono stato assente perlomeno per un mese. Il silenzio prima delle elezioni e la necessità di dedicare più tempo ai “miei affari” mi hanno allontanato dall’azione intrapresa mesi or sono.
In questo mese il mio paese ha scelto.
Non si è rifiutato di scegliere come io auspicavo.
Il mio paese è abitato da persone che vengono influenzate da televisione e giornali.
Il mio paese non ha più una sua dignità!
Il mio paese crede di conoscere o nasconde la testa sotto tonnellate di terra.
Il mio paese è pieno di personalità rispettabili e illuminate.
Nel mio paese le personalità illuminate devono tacere!
Non sono un disfattista, ne tantomeno un qualunquista, nè appartenente a nessuna corrente antipolitica. Non sono disgustato, nè tantomeno demoralizzato. Sono pronto a sostenere ancora più forte di prima la necessità ad un rinnovamento che parte dal basso, da molto in basso. Parte dal quotidiano, dal discutere per strada, dai nostri bambini che apprendono da quello che vedono, da quello che ascoltano. Parte dall’educazione civile, dalle regole basi del vivere in comunità.
Nelle tribù africane il Santone è colui che meglio degli altri riesce a interpretare il bene comune. E’ colui che eccelle sugli altri per doti naturali.
Il tribale ci insegna che dobbiamo ammirare chi ci governa perchè può salvarci, può risolvere quei problemi “quotidiani” che noi non riusciamo a superare.
Sto volutamente banalizzando!
 
Bene: tanti anni di evoluzione dove ci hanno portato?
 
La seconda carica dello Stato è tale Sen. Schifani. Molti di voi non sapranno chi CAZZO è, bene: ve lo dico io!
 
E vergognatevi di vivere ancora in un paese come il mio!!!!
 
Con la benedizione della presidenza del mafioso Andreotti , il socio e “collaboratore” del boss di Villabate è ora la seconda carica dello Stato. Quello che il boss Nino Mandalà chiamava “il cornuto” e che gli ha sistemato un bel po’ di affari, Renato Schifani è stato eletto al primo colpo.
Quella che dovrebbe essere l’Opposizione “ferma” del Pd alla maggioranza berlusconiana, non ha posto ostacoli… ha, in buon ordine, abdicato con una “scheda bianca”. Quella che si annunciava la “dura” opposizione per la “legalità e la questione morale” dell’IdV di Di Pietro, non ha posto ostacolo, ed anche qui, in buon ordine, ha abdicato con una “scheda bianca” e l’annuncio, come Anna Finocchiaro, del pieno rispetto per la “carica istituzionale”.
Non è un incubo, è l’Italia: Renato Schifani, l’autore – insieme agli ulivisti Boato e Meccanico – del famoso “lodo” che voleva garantire l’impunità alle cinque più alte cariche dello Stato, a garanzia totale di Silvio Berlusconi e che è stato dichiarato “anticostituzionale”, è ora Presidente del Senato della Repubblica.
Se nessuno ha osato abbondare quell’Aula presieduta – per “anzianità” – da un mafioso accertato con sentenza definitiva, quale è Giulio Andreotti, figurarsi se a qualcuno veniva in mente di ricordare chi è Schifani. Infatti lo hanno tutti applaudito per il suo “sincero” discorso.
Chi è Schifani, quindi, lo ricordiamo noi…

“Schifani disse a La Loggia: ‘senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere piede… e quindi c’è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli’. Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: ‘Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo [il candidato di Misilmeri]… aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l’ho fatto piangere?
Nell’auto di Simone Castello la domanda del boss di Villabate è seguita da qualche secondo di silenzio. Poi le microspie dei carabinieri registrano la storia di un’amicizia tradita. Una storia di mafia in cui i capibastone minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo perdono.
Mandalà la narra con astio, tutta d’un fiato. Torna con la mente al 1995, l’anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo ‘completamente abbandonatoì, forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un’agenzia di brokeraggio assicurativo.
‘Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla stampa, ma almeno un messaggio, ‘ti do la mia solidarietà’, [mr lo poteva mandare]. Stiamo parlando di un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli – lui è più piccolo di me – [nemmeno] mi ricordo quando ci siamo conosciuti. [Ma] suo padre… era mio padre, lui era un cristiano con i cazzi, non [come] questo pezzo di merda… [Poi siamo stati] soci in affari perché abbiamo avuto assieme una società di brokeraggio assicurativo, lui presidente e io amministratore delegato. [Andavamo] in vacanza assieme…’
Il portaordini di Provenzano cerca d’interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: ‘Va bene, magari è il presidente [dei senatori di Forza Italia e non si può esporre]…’
‘D’accordo, però, dico, in una situazione come questa… Dio mio mandami un messaggio. [Poteva farlo attraverso] ‘sto cornuto di Schifani che [allora] non era [ancora senatore], [ma faceva] l’esperto [il consulente in materie urbanistiche] qua al Comune di Villabate a 54 milioni [di lire] l’anno. Me lo aveva mandato [proprio] il signor La Loggia. Lui [Schifani] mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva: ‘Nino vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda [i saluti]‘. No, e invece non solo non mi manda [a dire] niente lui, ma Schifani…’
‘Dice che non ti conosce…’
‘Schifani, quando quelli là in Forza Italia, gli chiedono ‘ma che è successo all’amico tuo, al figlio dell’amico tuo’ risponde ‘amico mio?…no, manco lo conosco, lo conosco a mala pena’. [Così] il signor Schifani [quando veniva a Villabate] per motivi di lavoro [la consulenza per il Comune] vedeva a me e, minchia, scantonava, scivolava, si spaventava come se… come se prendeva la rogna, capisci? Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, [io e La Loggia] ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: ‘Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio…’.
Gli ho detto: ‘Senti una cosa, tu mi devi fare una cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola’.
‘Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?’.
‘E perché come si deve trattare? Perché non è possibile spiegarmelo. Chi sei?’
‘No, ma io non dico questo, ma i nostri rapporti…’
‘Ma quale rapporto.’
‘Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?’, ‘Si perché no…’ E ci siamo trasferiti in via Duca della Verdura [lo studio di La Loggia].
[...]
Da un certo punto di vista l’astio dell’avvocato Mandalà è perfettamente comprensibile. Lui Schifani e La Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei primi anni Ottanta. A quell’epoca Nino Mandalà era appena rientrato in Sicilia da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d’auto e dove anche suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana società in cui i suoi futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di imprenditori di odor di mafia e boss di Cosa Nostra.
A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c’è da rimanere a bocca aperta: la Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia e Schifani, compaiono i nomi dell’ingegnere Benny D’Agostino, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l’amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perché capi della famiglia mafiosa di Salemi.
La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari.
Palermo del resto è sempre stata così: nel dopoguerra i mafiosi erano i campirei dei ricchi, erano gli uomini di fatica ai quali la borghesia e l’aristocrazia delegavano l’amministrazione delle terre e dei beni. Un rapporto quasi simbiotico, spesso caratterizzato da reciproci scambi di favori. Ecco quindi che Benny D’Agostino, il socio di La Loggia, Schifani e Mandalà, viaggia nei primi anni Ottanta in Ferrari con don Michele Greco, il “papa della mafia”; ospita nelle sue proprietà i latitanti; si dedica con i prestanome di Provenzano, come il boss Pino Lipari, al controllo della spartizione degli appalti pubblici. Ecco quindi che il senatore Giuseppe La Loggia, il padre di Enrico, stando al racconto di Mandalà, si presenta da un capomafia come Turiddu Malta per domandare il suo appoggio elettorale.
Un fatto quasi normale per l’epoca, tanto che del sostegno dato da Cosa Nostra a La Loggia senior parlerà anche Nick Gentile, un pezzo da novanta nella Cosa Nostra made in USA, consigliere di Al Capone e Lucky Luciano.
[...]
Il problema è che la mafia, al contrario della politica, non dimentica. Anche a distanza di anni, anzi di decenni, è difficile scrollarsi di dosso certi rapporti, certe antiche relazioni. Ed è difficile anche per Enrico La Loggia che pure, a metà degli anni Ottanta, fa parte come assessore della prima giunta del sindaco Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti risponde di no alle sue richieste di aiuto.
Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famiglia Mandalà, diventano pericolose.
Francesco Campanella, che osserva quanto accade dalla sua poltrona privilegiata di presidente del consiglio comunale, se ne accorge quasi subito. Nel 1994 l’avvocato Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Se ne fa vanto. Dice a Francesco di avere ‘strettissimi rapporti con il senatore’, gli parla del suo matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco Navetta su ‘segnalazione di La Loggia’ e la stessa cosa accade con Schifani: ‘I rapporti tra loro erano ancora ottimi durante l’inizio dell’attività politica del Mandalà nel ‘94, tant’è vero che La Loggia era il suo riferimento all’interno di Forza Italia [...]; a un certo punto Schifani fu segnalato da La Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come esperto in materia urbanistica. [...] Le quattro varianti al piano regolatore di cui abbiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità, furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di componimento, insomma dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani’.
[...]
Lì Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagendo in prima persona. [...] Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo [...]. L’accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il piano regolatore, affinché tutte le sue istanze – che poi erano [la richiesta] di variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e addirittura di penalizzare quelle della famiglia mafiosa avversaria o delle persone a cui si voleva fare uno sgarbo – fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani [...] Cosa che avvenne, perché poi cominciò questa attività di stesura del piano regolatore e io mi trovai a partecipare a tutte le riunioni che si tennero con lo stesso Schifani, qualche volta allo studio di Schifani e qualche altra volta al Comune. Io [poi] partecipai anche alle riunioni, più tipiche della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era…’
[...]
Il clan di Villabate si butta a capofitto nell’affare. Dal Nord torna il costruttore che se ne era andato dal paese quando era scoppiata la faida con i Montalto. Si mette in società con Nino Mandalà, assieme a lui contatta tutti i proprietari degli appezzamenti di terreno che sarebbero dovuti diventare edificabili e fa loro firmare dei preliminari di vendita. In buona sostanza la mafia si accaparra tutte le zone in cui si potrà costruire. In un incontro con il sindaco Navetta e i due Mandalà, Francesco discute il piano regolatore e ‘gli inserimenti fatti dal progettista con i pareri di Schifani’.
Domanda il pubblico ministero [a Francesco Campanella]: ‘Io volevo capire questo: le risulta che Schifani fosse al corrente all’epoca degli interessi di Mandalà in relazione all’attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?’
‘Assolutamente sì, il Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con lo stesso Schifani e l’accordo era appunto nominare, attraverso loro, questo progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qualche modo avrebbe condiviso con lo stesso Schifani e La Loggia [...]‘
‘Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?’
‘No, il progettista era il titolare di un interesse economico che era condiviso dallo stesso Schifani e La Loggia’.
[...]
‘…però rimane da capire, signor Campanella, esattamente in che epoca si collocano o si colloca, se colo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate’.
‘Questa si colloca sicuramente in epoca successiva all’arresto di Mandalà Nicola, nell’epoca in cui stavamo adottando questi atti…”

Niente male: ora Renato Schifani è presidente del Senato, seconda carica della Repubblica. Al momento (chissà come mai?!?) nessuno dei “curriculum” pubblicati dai giornali on line cita questi fatti. Noi li pubblichiamo e ringraziamo ancora una volta i due giornalisti autori del libro “I Complici – tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento”, Lirio Abbate e Peter Gomez.


Nota:

leggere anche il dossier su Schifani pubblicato nell’agosto 2002 da L’Espresso.

PS 1
Mentre i media italiani unanimemente lodano il neo presidente del Senato e si mostrano smemorati (o ignoranti) sul suo passato in Sicilia, i giornali on line esteri, come ad esempio
El Pais, pubblicano tutta la biografia di Renato Schifani… compresi i suoi legami con Cosa Nostra!
…e poi qualcuno diceva che il “V2 Day” per la “libera Informazione in libero Stato” era ingiustificato!

09
Apr
08

Rimborsi elettorali o finanziamento pubblico?

Il radiotelegrafista Fatuzzo Carlo, giunto alla veneranda età di 43 anni, intercettò sulle onde elettromagnetiche un’ispirazione: datti alla politica. Detto fatto, fondò il partito dei pensionati. Il più redditizio del mondo. Basti dire che nella campagna per le ultime europee investì 16.435 euro ottenendo un rimborso centottanta volte più alto: quasi tre milioni. Un affare mai visto neanche nelle fiammate borsistiche della corsa all’oro di internet. Eppure, il suo è solo il caso più plateale. Perché, fatta eccezione per i radicali, quei rimborsi sono sempre spropositati rispetto alle somme realmente spese. E dimostrano in modo abbagliante come i partiti, negli ultimi anni, abbiano davvero esagerato. Il referendum del 18 aprile ’93 era stato chiarissimo: il 90,3% delle persone voleva abolire il finanziamento pubblico dei partiti.

 

Vi spiego quindi con semplicità come funziona il finanziamento pubblico ai partiti che vi renderà ancora più chiaro perché si vengono a creare piccoli partiti con alcuna speranza di essere rappresentati in parlamento (per la Camera è necessario il 4% per il Senato l’8% a livello regionale).

Se un partito riesce ad superare la soglia dell’ 1% può chiedere di “sfruttare” quello che con un fine gioco di parole è stato chiamato rimborso elettorale. Si, avete capito bene, siccome con il referendum abrogativo del 18 aprile 1993 (http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1993#Finanziamento_Partiti) più di 32 milioni di Italiani, il cosiddetto popolo sovrano, aveva chiesto l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti i lor signori hanno cambiato nome definendoli “rimborsi elettorali”.

Ma qui viene il bello! In quanto rimborsi, come sempre capita con tale definizione, si dovrebbe presentare una lista delle spese effettuate che vengono risarcite come tali. In Italia non funziona così. Ebbene: se hai superato la venerabile soglia dell’1 % riceverai ogni anno 300.000 euro per 5 anni anche se la legislatura termina prima (modifica fatta nel 2006 dal Governo Berlusconi).

E così si crea il caso del partito dei pensionati che ottiene un guadagno di 180 volte. Ma non è finita:

Il resoconto della Gazzetta Ufficiale documenta che Forza Italia prenderà comunque 12 milioni l’anno fino al 2011 oltre a quelli che incasserà per il rimborso della XVI legislatura, la prossima. L’Ulivo ne prenderà circa 16 a cui potrà aggiungere i milioni che riceverà il neonato Pd.

Ma vi rendete conto!!!!!!

Per cercare di fare due conti:

Lo dice il confronto fra le somme spese effettivamente per le campagne elettorali, e accertate da un’indagine della Corte dei Conti (l’unico che ci permette di compilare tabelle omogenee) sulle Europee del 1999 e del 2004. La differenza, come si nota, è scandalosamente enorme. E non solo per il Partito dei pensionati, che già nel ’99 aveva ricevuto 76 volte ciò che aveva speso. Basti vedere il guadagno della Fiamma Tricolore (che ha incassato 81 volte di più), di Rifondazione (13 volte di più), dei Comunisti Italiani (12 volte di più), dell’Ulivo (7,8 volte di più), di Alessandra Mussolini (6 volte di più), della Lega (5,9 volte di più) ma anche dei grandi partiti. Totale delle spese accertate: 88 milioni di euro. Totale dei rimborsi: 249. Quasi il triplo.

 

Oramai capite perché il nostro Giuliano Ferrara temendo che l’azione popolare del 25 Aprile porti a eliminare il finanziamento pubblico ai giornali (per il suo “Il Foglio” con 1000 lettori al giorno prende 3,2 milioni di euro l’anno!!!) si sia messo in politica con un azione ideologica che, probabilmente, raccatterà quei 400.000 voti a livello nazionale che li permetteranno di azzannare l’ambizioso malloppo!

 

Io vi avverto! Voi reagite!

 

MAt

 

 




Senso

" ... perchè sopprimere un ideale soffoca il pensiero, esprimerlo senza regole lo rende innocuo ! "

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